Il lungo addio, Robert Altman
- di Marco Santello - parte 2
L’originalità e la volontà di prendere le distanze dai modelli sembrano quindi emergere come i punti nodali attorno ai quali si articola il racconto cinematografico. Si tratta, infatti, di un addio, un lungo addio, al vecchio modo di fare cinema sia dal punto di vista tematico, sia da quello più prettamente formale.
Il centro del film non è più lo scioglimento dell’intreccio che tradizionalmente è stata la leva attrattiva di molti film neri del periodo classico hollywoodiano; c’è invece tutta una galassia di istanze - come i personaggi, l’ambientazione, i simboli, il dialogo con il genere di appartenenza - che producono un drastico e trasgressivo decentramento rispetto all’eredità filmica e narrativa, così pesante nel cinema americano.
Tale spostamento, spesso condotto con feroce ironia, diventa la fonte di innumerevoli spunti riflessivi e permette la riemersione delle grandi potenzialità espressive del cinema, spesso – anche se con alcune splendide eccezioni - rimaste sopite nel cinema di genere.
Emergono le inquietudini, la solitudine, il tradimento, la falsità e sparisce l’enfasi fine a se stessa sul plot e sull’intrigo. Il palesarsi delle regole codificate permette al regista di imbastire un efficace discorso sul senso della ricerca del vero e sul rapporto dialettico che sussiste tra falsità e anelito verso la chiarificazione del non certo.
A partire dalla convenzionalità dei ruoli attoriali, come quello del gangster inseguitore e pedinatore o quello del poliziotto ‘duro’, spassosamente derisi dal regista per bocca di Marlowe, si giunge a fare una riflessione di più ampio
respiro sui generi cinematografici e sulle aspettative dello spettatore.
Altman mette in piedi un complesso gioco con chi guarda; gioco che
propende alternativamente verso l’appagamento delle desideri e lo sgretolamento per negazione degli stessi. Per il regista mettere in discussione il ruolo della musica, rendere “visibile” il montaggio, sbeffeggiare la sintassi ordinaria del cinema hollywoodiano significa prendersi in giro da solo, uccidere il proprio padre, mettere in gioco una possibile impopolarità.
Eppure è proprio a causa della grande audacia che si sprigiona dalle immagini del film che Il lungo addio è diventato uno dei film cult degli anni ’70.
Al di là però dell’ironia sugli stereotipi del cinema, il film tocca nel profondo la coscienza dello spettatore in quanto non solo chiama in causa e deride i suoi schemi interpretativi e visivi ma parla anche del già citato rapporto dialettico tra falsità e ricerca del vero.
Come nel genere giallo lo scopo finale è quello di sbrogliare l’intrigo e arrivare ad una soluzione finale, anche nella vita l’uomo è portato a ricercare la verità del Reale facendo sempre i conti con i propri schemi mentali e con la fallacia degli strumenti percettivi a sua disposizione.
Tutto il film, infatti, è disseminato di simbologie che alludono all’impossibilità di
vedere chiaramente la natura delle cose. La fotografia è sempre cupa, lunare, opaca, incapace di rivelare con chiarezza i contorni del profilmico e degli attori. Allo stesso modo le innumerevoli superfici riflettenti, vetri e specchi di ogni sorta, lungi dal rimandare ad un’immagine pura e ben circoscritta, contribuiscono a dare l’idea di una visione delle cose necessariamente filtrata e deformata, a cui difficilmente si riuscirà a dare una definitiva nitidezza.
Basta pensare alla scena del suicidio di Roger
Wade vista da dietro una vetrata o al vetro a specchio alla centrale di polizia per rendersi conto del raffinato uso delle simbologie che contraddistingue la scrittura registica di Robert
Altman (simbologie comunque non estranee, in generale, al cinema d’autore come quello di Alfred
Hitchcock o di Philippe Garrel, per fare solo un paio d’esempi).
La ricerca della verità è perciò amara perché frenata da visioni
distorte, riflesse, opache del Reale; e l’esperienza sia filmica che
esistenziale sono spesso dei fardelli dai quali talvolta è necessario
sapersi liberare. In altri termini, la falsità fa parte sia della
vita che del cinema e affidarsi esclusivamente ad una conoscenza empirica
può essere imprudente (vista e udito nel film spesso portano i personaggi
a fraintendimenti e abbagli). Versante tematico, formale, filosofico
e metadiscosivo si intrecciano, quindi, fino a fondersi.
E l’ironia,
arma sempre affilata al pugno del regista, se da un lato alleggerisce
la possibile pesantezza del discorso filmico, dall’altro contribuisce
a rendere il tutto più efficace e pungente quasi a dimostrare l’importanza
artistica di tale strumento, in grado, se usato con sapienza, di penetrare
e stordire più di ogni altra cosa.
Il lungo addio, Robert Altman - di Marco Santello
- parte 1
Marco Santello
|