L’arpa birmana - 1 - [pag 1] [pag2] [pag3]
Opera di Kon Ichikawa, L’arpa birmana è un film del 1956 che si fa apprezzare per la carica fortemente polemica nei confronti degli orrori della guerra, incorrendo tuttavia in qualche caduta di stile soprattutto in un finale reso eccessivamente retorico dall’addio di Mizushima ai compagni, che viene reiterato fino alla noia. Attraverso la voce narrante di un compagno di Mizushima, il racconto oscilla così tra sentimenti contradditori di amor di patria, pacifismo e valori religiosi che esprimono un generico amore per l’umanità di fronte alla consapevolezza delle sue sofferenze.
Il film di Ichikawa esordisce con una breve citazione: “Rossi come il sangue sono i monti della Birmania”. A seguire sentiamo invece una voce fuori campo che introduce il racconto:
“ E’ passato molto tempo dalla fine della guerra, ma nei nostri cuori molti ricordi di quei giorni sono ancora vivi, come la storia dell’arpa birmana che è un po’ la storia del nostro reparto. Ebbe inizio nel luglio del 1945 quando la situazione militare del Giappone cominciò a volgere al peggio … Il nostro comandante si era diplomato alla scuola musicale ed era riuscito ad insegnarci a cantare molto bene. Era il canto che ci aiutava a tirare avanti tra tutti quei guai. Eravamo anche molto fieri della nostra arpa, che avevamo fatto costruire sul modello delle arpe birmane.
Il sergente Mizushima aveva imparato a suonarla benissimo. Non aveva mai studiato musica prima di arruolarsi nell’esercito, ma aveva molto talento, così era riuscito ad imparare prestissimo anche una serie di variazioni molto armoniche.”
Il loro reparto era in marcia nella giungla per cercare un passaggio lungo il confine tra la Birmania e la Thailandia, dove i soldati pensavano di trovare un imbarco per il Giappone. Mizushima viene incaricato di una missione di avvistamento e si traveste da Birmano, ma nella giungla viene assalito da tre briganti che lo spogliano dei suoi vestiti. La sola cosa che gli rimane è l’arpa, con il cui suono riesce a farsi rintracciare dai compagni.
Il reparto prosegue, così, fino ad un villaggio birmano, dove il comandante decide di fare sosta. A sera, durante la festa di ricevimento in onore dei soldati stranieri, il reparto viene accerchiato dagli inglesi e si arrende, grazie alla complicità dell’arpa di Mizushima che riesce a unire in un unico coro i militari giapponesi e i loro nemici.
Condotti in un campo di concentramento, i soldati nipponici vengono destinati ad intraprendere dei lavori nella città di Mudone. Poco prima della partenza, il sergente Mizushima viene tuttavia incaricato dal suo comandante di una missione di pace per conto degli inglesi sul “colle del triangolo”, dove una postazione giapponese continua ostinatamente a combattere e non vuole arrendersi.
Mizushima vi si reca e parla coi soldati, che sostengono di voler combattere fino alla morte al fianco del loro comandante.
Il sergente dice loro che ogni resistenza è vana e non bisogna morire, bisogna invece vivere per tornare in patria. Combattre e morire è inutile. Inutile per loro stessi, per il Giappone, per tutti. Il comandante della postazione propone allora di votare, ma tutti quanti sono concordi nel rifiutare la resa.
Scaduto l’ultimatum concesso dagli inglesi per consentire la missione di Mizushima, la postazione viene bombardata con l’artiglieria pesante e quasi tutti i soldati preseti sul colle del triangolo sono massacrati dalle esplosioni o dal crollo delle rocce.
Rimane ferito anche Mizushima, che non aveva fatto in tempo a lasciare la postazione, ma allo stremo delle forze riesce tuttavia a trascinarsi fuori dal bunker.
Soccorso provvidenzialmente da un monaco buddista, viene così curato e guarito, mentre il suo reparto raggiunge Mudone.
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