L’arpa birmana - 2 - [pag 1] [pag2] [pag3]
I compagni non vedendo il ritorno di Mizushima temono che abbia perso la vita. Tuttavia, qualche speranza rinasce in loro quando apprendono che nel vicino ospedale militare sono stati ricoverati i soldati superstiti del bombardamento sul colle del triangolo. Chiedono così a una vecchia birmana che baratta vettovaglie con i soldati giapponesi di prendere informazioni su di lui.
Durante le ore di libertà i compagni di Mizushima continuano ad esercitarsi a cantare e da un po’ di giorni notano uno strano bonzo che si ferma ad ascoltarli davanti al reticolato del campo di prigionia. E’ lo stesso che qualche tempo dopo incontrano per strada mente ritornano dal lavoro e che tutti riconoscono come Mizushma, anche se il monaco si schermisce. Egli continua infatti imperterrito per il suo cammino, portando con sé sulla spalla un pappagallo.
Sorpresi da un temporale, i soldati si rifugiano in una capanna che scoprono essere la casa della nonna birmana a cui avevano chiesto notizie di Mizushima. La donna dice di avere preso informazioni del sergente e di aver saputo che è forse morto durante i bombardamenti sul colle del triangolo, mentre stava scappando. Ma inaspettatamente un soldato riconosce in casa della nonna un pappagallo del tutto uguale a quello che il monaco incontrato qualche minuto prima portava sulla sua spalla. La donna spiega che suo marito, quella mattina, ne aveva catturati cinque. Tre li ha venduti e uno lo ha giusto regalato a un monaco buddista che era passato di lì. Visto pertanto l’interesse che i soldati mostrano per l’animale, la nonna finirà per regalare loro anche quest’ultimo.
Il monaco che i militari giapponesi avevano incontrato era davvero Mizushima, ed un flash back ne racconta le vicende a partire dalla sua fuga dal colle del triangolo. Il monaco buddista che lo raccolse, oltre a prestargli le proprie cure ebbe modo di offrire al sergente anche il suo insegnamento, spiegandogli che ogni azione umana è del tutto vana.
Uscito così dall’infermità delle sue ferite, Mizushima rubò la veste del monaco buddista e si rasò i capelli, facendosi a sua volta monaco e viaggiando per le terre della Birmania in direzione di Mudone, per rintracciare i suoi compagni. Soccorso dalla popolazione locale, che al suo passaggio gli offre il cibo delle sopravvivenza, Mizushima vede nello splendido e incontaminato paesaggio naturale della Birmania l’orrendo spettacolo dei soldati giapponesi morti in battaglia, le cui carcasse giacciono nella giungla o nel deserto, fra i monti o lungo le sponde dei fiumi. Carcasse di resti umani in decomposizione che imputridiscono l’aria e che subiscono l’offesa degli animali rapaci. Carcasse di soldati che non hanno trovato nessuna mano pietosa e una tomba sotto cui riposare in pace. Mizushima cerca, come può, di dare una sepoltura a questi corpi, ma è da solo. Giunto sulle rive di un fiume scopre una schiera sterminata di cadaveri ed è preso da sconforto e disperazione. Una barca si avvicina alla riva e ne discende il monaco che lo aveva soccorso. “ In Birmania – dice – ai cadaveri dei soldati stranieri uccisi in guerra non si da sepoltura.” Invita quindi Mizushima a salire sulla barca che lo avrebbe condotto a Mudone.
Ospite nella città di un convento buddista, il sergente pensa in un primo tempo di ricongiungersi al suo reparto, che sente cantare nei pressi del campo di concentramento. Ma poi, durante la notte, si accorge di un bambino che suona l’arpa, gliela prende e gli fa sentire i suoi accordi, e il bambino chiede a Mizushima di insegnargli a suonare allo stesso modo.
Di mattina, all’ospedale inglese una cerimonia celebra i caduti dedicando una lapide al milite ignoto e a Mizushima vengono in mente tutti i morti incontrati lungo la strada per Mudone. Anziché recarsi al campo di concentramento dove dimora il suo reparto, il sergente ritorna allora nella sua dimora al convento. Il giorno seguente Mizushima incontra i suoi compagni mentre ritornano dal lavoro, ma decide di non farsi riconoscere e di non degnare nessuno di uno sguardo.
“Quel bonzo era proprio Mizushima, ma nessuno di noi allora lo sapeva” , commenta la voce fuori campo. Mizushima pensa che non può tornare coi suoi compagni e si reca allora sulle sponde del fiume che aveva attraversato per seppellire i cadaveri che stavano sulla riva. Quando i birmani vedono il monaco darsi da fare in questo lavoro, si uniscono a lui. Scavando le tombe lungo il letto del fiume che si è ritirato, il monaco rinviene una pietra preziosa: un rubino birmano, ovvero l’anima di un defunto, commenta qualcuno.
Vicino a un tempio buddista, mentre il reparto di Mizushima sta lavorando, i soldati sentono il suono di un’arpa. Chi suona è un bambino, ma nel suono dell’arpa tutti riconoscono l’arte del sergente.

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