Avanguardie
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Le avanguardie cinematografiche
in Francia negli anni '20/ '30 di Amerigo
Sbardella
LA NASCITA
DELLE AVANGUARDIE CINEMATOGRAFICHE
Quali siano stati i primi rapporti
tra le Avanguardie storiche e il cinema è una questione a cui non è facile dare una risposta definitiva. L’incontro delle Avanguardie del Novecento con il cinema avviene, infatti, quasi contemporaneamente in diversi paesi europei (Francia, Germania, Italia, Russia). Avanguardie cinematografiche, le cui ricerche erano simili, presero nomi differenti a seconda dei paesi e anche a seconda dei leader che le avevano create e le guidavano nella lotta culturale e artistica (politica?) contro l’esecrato “cinema commerciale”. I rapporti tra Avanguardie
e cinema potrebbero essere riportati indietro nel tempo se si decidesse, per esempio, d’includere tra i cineasti dell’avanguardia Méliès e Griffith che, tra l’altro, era molto ammirato anche dai cineasti russo-sovietici più avanzati. In realtà questi due grandi, più che rappresentanti di un’avanguardia cinematografica, furono degli straordinari creatori di linguaggio cinematografico e, quindi, di nuove tecniche.
Dove
e quando l’Avanguardia
storica abbia incontrato per la prima volta il cinema è dunque
una questione controversa a cui forse, per quanto è stato già detto,
non è utile attribuire un’eccessiva importanza. Comunque, qualcuno
ritiene che il “cinema d’arte”, contrapposto a
quello ordinario, “commerciale”,
sia nato nel 1913 in Germania con Lo
studente di Praga di Stellan Rye. Altri,
e tra questi Henri
Langlois e Parker Tyler, hanno considerato La
folie du docteur Tube, un film visionario e ironico
di Gance del 1915,
la prima opera dell’Avanguardia cinematografica.
Proprio a Parigi,
tuttavia, tra il 1912 e il 1914, un pittore francese d’origine
russa, Léopold Survage - che nel 1908 si era
avvicinato alle posizioni cubiste - aveva progettato cinque film
astratti (i cosiddetti Rythmes colorés) nei
quali la forma visiva colorata e le metamorfosi della luce avrebbero
avuto una funzione analoga a quella delle variazioni del suono
in una composizione musicale. Si trattava di un’arte autonoma,
anche se fondata sugli stessi dati psicologici su cui si fonda
la musica. Le cinque “sinfonie
cromatiche” stavano per essere realizzate dalla Gaumont,
quando arrivò la guerra e il progetto non fu più realizzato. Apollinaire,
che fu amico di Survage sin dai primi anni del suo trasferimento
a Parigi, scrisse della sua ricerca: “Uomo, troverai qui una
nuova rappresentazione dell’universo in quel che ha di più poetico
e di più moderno. Uomo, tu vai verso l’arte in cui il sublime
non esclude la grazia e il fulgore non confonde la sfumatura”.
Rimangono cinque abbozzi del progetto originario, attualmente
al MOMA di New York, e, cosa più importante, la teorizzazione
di base che sarà ripresa in Germania dal cinema astratto (da
Eggeling, Richter e soprattutto da Ruttmann, con i suoi Opus
I, II, III e IV, realizzati agli inizi degli anni Venti).
In Italia, poi, tra il 1910
e il 1912, i fratelli ravennati Arnaldo Ginna e Bruno
Corra, ambedue
futuristi, avevano già realizzato
esperimenti di cinema astratto e i frutti delle loro ricerche
erano stati condensati in quattro brevi film che sono andati
perduti a Milano nel 1944 durante un bombardamento. Un altro
film futurista, Mondo baldoria, fu girato nel
1913 da Aldo
Molinari,
tratto dal Manifesto futurista Il Controdolore che
era stato lanciato da Palazzeschi. Del 1916 è,
invece, Vita
futurista,
girato a Firenze alle Cascine, in modo collettivo da Ginna,
Marinetti, Settimelli, Chiti, Corra e Balla. Anche questi
due film sono da considerarsi perduti. Il 1916 rimane così un
anno importante per l’Avanguardia cinematografica: nel febbraio
di quell’anno,
infatti, è anche pubblicato dal gruppo di
Marinetti, sul giornale
L’Italia Futurista, il Manifesto della Cinematografia
futurista nel quale si tenta, per la
prima volta, la teorizzazione di un cinema che “non deve mai
copiare il palcoscenico” e che deve,
invece, diventare “antigrazioso, deformatore, impressionista,
sintetico, dinamico, parolibero”; cinema dunque come “sinfonia
poliespressiva”, come “pittura, architettura, scultura, parole
in libertà, musica di colori, linee e forme, accozzo di oggetti
e realtà caotizzata.”
Il Manifesto della Cinematografia futurista fu diffuso in diversi paesi e, insieme con gli altri manifesti
dedicati all’estetica della macchina, suscitò echi molteplici
soprattutto in Russia, Germania, Belgio, Stati Uniti e anche
in Francia dove, probabilmente, contribuì a diffonderlo negli
ambienti della “prima avanguardia” Ricciotto
Canudo, teorico
del nuovo linguaggio cinematografico, d’origine italiana (le “barésien”:
era nato a Bari) che era in contatto con i Futuristi italiani
e che, a Parigi, inventaterà nel 1921 i Clubs
des Amis du Septième
Art (CASA), contribuendo a risvegliare attorno al cinema l’attenzione
delle élites francesi.
L’importanza del contributo
del futurismo italiano alla nascita delle Avanguardie
cinematografiche è stata dunque rilevante ma generalmente
sottovalutata dagli storici sia in Italia sia in Francia. Forse
hanno nuociuto al buon nome del futurismo il suo apparato ideologico
e le sue posizioni politiche, soprattutto quella espresse da
Marinetti (nazionalismo e interventismo durante la guerra e,
in seguito, appoggio organico al regime mussoliniano). Non si
sa bene quando sia stato trasferito in campo artistico il termine
avanguardia, che nella terminologia militare si riferisce di
solito a un distaccamento di punta incaricato di aprire la strada
al grosso delle truppe. Applicato ad altri campi dell’attività umana,
questo termine indica i precursori che, in anticipo sui tempi,
hanno trovato formule nuove, hanno creato forme originali, troppo
originali per i tempi in cui vivevano, e hanno lasciato tutto
questo incompleto a coloro che, venuti dopo, nel tempo della
maturità, hanno saputo sfruttare le loro ricerche e scoperte,
creando opere compiute. N.
Ghali nel suo approfondito studio sulle avanguardie
cinematografiche in Francia (anni ’20-’30), indica invece il momento
in cui, per la prima volta, questo termine fu attribuito ai cineasti sperimentali.
Un critico anonimo, che si firmava curiosamente “La
Femme de nulle part” scrisse nel 1918: “Registi d’avanguardia,
approfittate di questa bella estate per interessarvi solo ai paesaggi,
realmente francesi ...”. Ghali ipotizza che l’anonimo non sia altro che
Louis Delluc, critico, teorico e cineasta. Questo rappresentante
fondamentale della “prima avanguardia” cinematografica realizzò, infatti,
nel 1922, un film dal titolo La Femme de nulle part. In
alternativa, Ghali ipotizza anche la possibilità che lo pseudonimo celi Ève
Francis, fidanzata e collaboratrice
di Delluc.
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