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Le avanguardie cinematografiche in Francia
negli anni '20/ '30 - Gli autori (A-C)
parte
1 (A-C) I parte
2 (D-K) I parte 3 (L-Z)
Alexandre
Alexéïeff I Claude
Autant-Lara I Berthold Bartosch I Luis
Buñuel I Salvador Dalì I Alberto
Cavalcanti I Henri Chomette I René Clair I Francis
Picabia I Jean
Cocteau I
(Kazan, Russia, 1901 - Parigi, 1982)
Eccellente disegnatore (ha illustrato,
tra gli altri, testi di Gogol’, Puškin, Poe, Baudelaire), nel 1931 trasferì nel
cinema i suoi studi nel campo dell’incisione inventando lo «schermo
di spilli», tavola perforata da migliaia di buchi nei quali
si infiggono, più o meno profondamente, spilli illuminati
da una luce radente. Filmando immagine per immagine queste particolari «incisioni»,
ha realizzato opere di grande bellezza plastica e di straordinario
vigore.
Filmografia essenziale:
Une nuit sur le Mont Chauve (1933); En passant (1943); la prefazione
del Processo (1962) di O. Welles; Le nez (1963), Quadri di una
esposizione (1972).
1933 Une nuit sur le Mont Chauve
(1933, b/n, sonoro, 9’)
Realizzato a Parigi nel 1933, in collaborazione
con la sua allieva (e futura moglie) Claire Parker, è il suo primo film, illustrazione
dell’omonima composizione di Mussorgski. Le immagini in semi-rilievo
che si formano sullo «schermo di spilli» sono in perpetuo
divenire, situate da qualche parte tra il nero e il bianco, in
una gamma molto vasta di grigi. Una nota che appare in un’orchestrazione
può subire delle variazioni (modulazioni), ritornare alla
tonalità d’origine e spegnersi, una volta compiuto
il percorso completo: è il principio di formazione di un’aria,
di una melodia.
“Ho sempre provato un grande interesse per quell’immagine
di animazione che sia in grado di raggiungere una qualità artistica
paragonabile a quella dei capolavori delle arti antiche, come la
pittura, la danza, la musica, la scultura e, soprattutto, la poesia.” (Alexandre
Alexéïeff, 1956)
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(Luzarches, Francia, 1901 - Antibes, 2000)
Regista, scenografo e costumista francese,
figlio di un architetto, aggiunse al suo cognome lo pseudonimo
della madre, Louise Lara, un’attrice pacifista che si rifugia a Londra con il figlio
durante la Iª guerra mondiale. Frequenta a Parigi L’École
des Arts Décoratifs e l’Accademia di Belle Arti e
nel 1919 dipinge le scene di Le Carnaval des vérités
e, nel 1924, in collaborazione con altri, crea i costumi e disegna
le scene di L’inhumaine, entrambi di L’Herbier. Nel
1923 esordisce nella regia con Fait divers.
Autant-Lara vive quel felice periodo
della cultura francese-parigina in cui tutte le arti e tutti
gli artisti, molti dei quali stranieri, si mescolano con grande
vitalità. Nel 1933 realizza il suo
primo lungometraggio Ciboulette, una fiaba musicale che risente
delle esperienze dell’avanguardia, tratta da un’operetta
di Reynaldo Hahn, il musicista amico di Proust. Ha realizzato nella
sua lunga vita numerosi film, alcuni dei quali di grande spessore
come, per esempio, nel 1947 Il diavolo in corpo, da Radiguet, interpretato
da Gérard Philipe che scandalizzò per l’erotismo
e lo spirito antimilitarista e, nel 1949, Occupati d’Amelia!,
da una commedia di Feyder, considerato da alcuni critici il suo
capolavoro. Dirigerà diverse trasposizioni letterarie, vicende
romantiche, commedie amare e questioni di attualità, sempre
con finezza, eleganza, divertimento e spesso con trasporto. Un
esempio di «magnifico mestiere», contestato violentemente
dai giovani critici-registi della Nouvelle Vague che consideravano
i suoi film «cinema d’intrattenimento obsoleto».
Filmografia essenziale (1923-49):
1923 Faits divers ; 1933 Ciboulette; 1938 Bufera d’amore;
1947 Il diavolo in corpo; 1949 Occupati d’Amelia!.
Fait divers
interpreti: Antonin Artaud
(1923, b/n, muto, 15’)
Film ispirato da una pièce d’avanguardia
interpretata da Antonin Artaud nel Teatro diretto dalla madre
e dal padre del regista (in quel periodo scenografo e costumista
per il teatro e il cinema).
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(Boemia, Repubblica Ceca, 1893 - Parigi, 1968).
Animatore cinematografico francese di
origine austro-boema. Si trasferisce a Parigi nel 1929 e nel
1931 vi realizza L’idée,
un cortometraggio che rimane un classico del cinema d'animazione.
Precedendo Disney nella tecnica “multiplanica” (consistente
nel sovrapporre diverse pellicole per accrescere volume e profondità dell'immagine),
Bartosch realizza L’idée, sostenuta da una partitura
musicale originale di A. Honegger, animando le incisioni tratte
dall’omonimo album di F. Masereel.
1932 L’Idée
soggetto: ispirato alla serie di 82 xilografie di Frans Masereel;
musiche: Arthur Honegger.
(1932, b/n, sonoro, 25’)
“L’idée è un film animato di un genere
assai curioso che, senza avere la scioltezza dei disegni animati,
ci restituisce un suono duro, appropriato alla sua tematica sociale.
L’idea, meravigliosa donna nuda, esce dal cervello di un
uomo e se ne va per il mondo, subito seguita dagli oppressi ai
quali dimostra, grazie alla sua sola bellezza, l’indecenza
della vita preparata per loro da qualche «maestro».
L’idea è costantemente perseguitata, insieme con i
suoi numerosi amici che si fanno uccidere per lei, ma continua
ad avanzare, a essere presente, sicura della sua vittoria finale.
Malgrado l’ingenuità del simbolismo, il film ancora
oggi riesce a esprimere una rigorosa poesia della rivolta.”
(Ado Kyrou, Le Surréalisme au Cinéma)
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(Calanda, Aragona, 1900 - Città del
Messico, 1983)
Regista cinematografico. Nel 1926-27
assistente a Parigi del regista Jean Epstein. La sua carriera
iniziò nel 1928 con il sensazionale
impatto di Un chien andalou.
Luis Buñuel, “uno dei maestri assoluti dell’immaginazione
del nostro secolo” (I. Calvino), ha lasciato una serie di
opere - dagli esordi surrealisti all’ultima “serie
di affreschi sulla nostra vita contemporanea” - in cui il
gusto della dissacrazione, la pratica dell’assurdo e dell’ironia
si fondono mirabilmente con una grande capacità narrativa
e una assoluta padronanza del linguaggio cinematografico.
Filmografia Essenziale:
1928 Un chien andalou; 1930 L’âge d’or; 1932
Las Hurdes / Tierra sin pan (Terra senza pane); 1950 Los olvidados
(I figli della violenza); 1952 El (Lui); 1955 Ensayo de un crimen
(Estasi di un delitto); 1958 Nazarin; 1961 Viridiana; 1962 El angel
exterminador (L’angelo sterminatore); 1967 Belle de jour
(Bella di giorno); 1969 La voie lactée (La via lattea);
1970 Tristana; 1972 Le charme discrete de la bourgeoisie (Il fascino
discreto della borghesia); 1974 Le fantôme de la liberté (Il
fantasma della libertà); 1977 Cet obscur objet du désir
(Quell’oscuro oggetto del desiderio).
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(Figueres, Gerona, 1904 - 1989)
Pittore, scrittore, regista e scenarista cinematografico spagnolo.
Nato a Figueres l’11 marzo 1904. Esponente del surrealismo
francese, fin dai tempi più accesi e rivoluzionari del movimento.
Si accostò al cinema nel 1928 realizzando insieme con Luis
Buñuel Un chien andalouche fu presentato al Vieux Colombier
e suscitò enorme scalpore. L’anno seguente collaborò con
Buñuel per il soggetto e la sceneggiatura de’ L’âge
d’or che venne ritirato ben presto dalla circolazione. Per
molti anni Dalì non si avvicinò al cinema, salvo
una fugace collaborazione ad un “thriller” americano
commerciale (la sequenza di un incubo), esponendo anzi teorie sempre
sostanzialmente negative su questo mezzo espressivo (La vie secrète
de S. D.; Abrégé d’une histoire critique du
cinéma, ecc.).
1928Un chien andalou
Soggetto esceneggiatura: Luis Buñuel e Salvador Dalì;
fotografia: Albert Duverger; scenografia:
Pierre Schilzneck; montaggio: Luis Buñuel;
interpreti: Simone Mareuil, Pierre Batcheff,
Jaime de Miravilles, Luis Buñuel, Salvador Dalì;
(Francia, b/n, muto, 17’).
In questo film gli attori tendevano a
raggiungere un clima di angoscia e mediante un gioco feroce di
rapporti visivi violenti o impressionanti che fino ad allora
non si erano mai visti nella storia del cinema. Non sono conosciuti
comunque i limiti concreti del contributo di Dalì al film.
Realizzato da Buñuel su soggetto di Salvador Dalì, è questo
il film surrealista più noto e più affermato, un
classico ormai del cinema d’avanguardia.
“Rispetto agli altri film di questo periodo, Un chien andalou
rappresenta un nuovo modo, senza dubbio più aggressivo e
disinvolto, di porsi di fronte allo spettatore; esso non vuole
blandirlo, divertirlo o comunicargli sensazioni evocative o poetiche,
ma colpirlo con immagini raccapriccianti derivate da incubi ed
ossessioni. In questo modo, la carica pulsionale connessa alle
immagini oniriche può essere condivisa dal pubblico, artatamente “inquietato” da
un impiego consapevole ed estremamente sicuro della potenzialità figurativa
del cinema, accentuata dal movimento e da un abile uso del montaggio.
Bisogna dire perciò che in questo caso l’accento viene
posto sul contenuto dell’immagine e sulla sua dinamica interna,
senza alterare eccessivamente l’andamento narrativo del linguaggio
cinematografico. (Ester de Miro, Il gergo inquieto - Modi del cinema
sperimentale europeo, Genova, 1978).
“Nel 1929 entrai a far parte del gruppo di surrealisti parigini.
La loro morale, la loro intransigenza artistica, le loro rivoluzionarie
concezioni sociali e politiche erano perfettamente adatte al mio
temperamento. E poiché ero il solo uomo di cinema nel gruppo,
decisi di portare sullo schermo l’estetica del surrealismo.
Lo stesso anno chiesi a mia madre 2.500 dollari per fare il mio
primo esperimento cinematografico. Solo lei avrebbe potuto finanziare
un’idea che sembrava ridicola a tutti. Mia madre mi dette
i soldi e io produssi il mio primo film, Un chien andalou, che è anche
il primo film surrealista. Era un cortometraggio, di due bobine,
nel quale non vi erano caniné tanto meno cani andalusi.
Il titolo ebbe il merito di diventare un’ossessione per alcune
persone, tra cui lo scrittore americano Henry Miller che senza
conoscermi, scrisse una straordinaria lettera dove spiegava i motivi
della sua ossessione. Nel film erano amalgamate l’estetica
del Surrealismo con le scoperte di Freud. Rispondere al principio
generale della scuola freudiana che definiva il Surrealismo come «un
automatismo psichico inconscio, capace di far tornare la mente
alla sua funzione reale, liberandolo dal controllo della ragione,
della moralità e dell’estetica».
Benché io abbia utilizzato elementi onirici, il film non è la
descrizione di un sogno. Al contrario, l’ambientazione e
i caratteri sono di tipo realistico. Le fonti originarie degli
impulsi che animano i caratteri, sono state confuse con le fonti
dell’irrazionalismo, mentre, invece, sono quelle stesse della
poesia. Certe volte tali caratteri reagiscono in modo enigmatico,
nella misura in cui alcuni complessi psico-patologici possono essere
enigmatici. Il film è diretto alle emozioni inconsce dell’uomo
e da ciò il suo valore universale, anche se esso può sembrare
sgradevole a certi settori della società che sono guidati
da principi morali di tipo puritano.” (Luis Buñuel,
in Francisco Aranda, Luis Buñuel, London 1975, p. 56)
1930L’âge d’or
Soggetto e sceneggiatura: Luis Buñuel con la collaborazione
di Salvador Dalì;
assistenti alla regia: Jacques B. Brunius, Claude Heyman; fotografia:
Albert Duverger;
scenografia: Pierre Schilzneck;
musiche: da brani di Mendelssohn, Mozart, Beethoven, Debussy,
Wagner, Van Parys e un Pasodoble;
musica originale: Luis Buñuel
e Georges Van Parys
interpreti: Gaston Modot; Lya Lys, Caridad
de Laberdesque, Max Ernst, Lionel Salem, Artryas, Pierre Prévert, Artryas, Valentine
Hugo, Marie-Berthe Ernst, Jacques B. Brunius, Xaume de Meravilles,
Luis Buñuel; produzione: Visconte Charles de Noailles,
(Francia, b/n, sonoro, 60’)
Un film mitico che alla “prima” provocò gravi
disordini per il violento e feroce anticlericalismo. Sondato e
indagato in ogni sua piega, sottoposto a ogni tipo di lettura,
visto con partecipazione o con rabbia, L’âge d’or,
a più di settant’anni di distanza, conserva intatta
la sua freschezza e la sua capacità d’urto. (vedi “Un
chien andalou e L’âge d’ordi Ado Kirou”:
pag. .....)
1932 Las hurdes o Tierra sin pan
Sceneggiatura e montaggio: Luis Buñuel;
fotografia: Eli Lotar;
commento: Pierre Unik, Luis Buñuel;
produzione: Ramón Acin;
(Spagna, 1932; b/n; sonoro; 27’ca,
versione italiana).
La vita subumana in una delle regioni
più miserabili della
Spagna, situata nel nord, al confine con il Portogallo.
“La violenza delle immagini è sottolineata dall’apparente
indifferenza del commento scritto nello stile dei più mediocri
documentari turistici”(Sadoul).
Meno noto di Un chien andalou o de’ L’âge d’or,
Las Hurdes è un documento sconvolgente sulla miseria, la
degradazione e la fame. “Il surrealista scava nella realtà come
in una zona del subconscio, ricavandone immagini che sono altrettanti
terribili ammonimenti.”(Francesco Savio)
“Tierra sin pan è il film-faro della storia del cinema
spagnolo, e io lo ritengo l’opera maggiore di Buñuel,
perfino più importante di L’âge d’or,
perché Tierra sin pan contiene tutti i furori di Luis, tutte
le sue ossessioni, tutte le sue ragioni di lotta. Dopo Las Hurdes
il contenuto, di L’âge d’or non può che
esprimersi sotto forma di un Surrealismo “concreto” che
non è più debitore ai procedimenti dell’avanguardia
parigina!” (Marcel Oms)
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(Rio de Janeiro, 1897 - Parigi, 1982)
Pseudonimo di Alberto de Almeida-Cavalcanti,
regista cinematografico brasiliano nato a Rio de Janeiro il 6
febbraio 1897. Figlio di un matematico di lontana origine italiana,
studiò architettura
e giurisprudenza in Svizzera. Poi passò a Parigi entrando
nei gruppi artistici d’avanguardia. Fece le sue prime esperienze
nel cinema come scenografo di Marcel L’Herbier. Esordì nella
regia nel 1926 realizzando Rien que les heures. Tra il 1926 e il
1934 il regista lavorò in Francia; dopo l’avvento
del sonoro le sue teorie innovatrici sulla funzione del rumore
e della parola, indussero John Grierson ad invitare Cavalcanti
in Inghilterra nel famoso gruppo sperimentale del GPO, al quale
facevano capo i più avanzati cineasti britannici. È del
1934 Pett and Pott, un esperimento esemplificativo su suono-parola-immagine,
realizzato con Grierson e che arriva a punte surrealistiche. Nel
1947 rientra in patria fondando nel 1949 la società cinematografica
Vera Cruz. Ha scritto numerosi saggi, articoli e libri.
Filmografia essenziale
1926 Rien que les heures; 1927 En rade; 1934 Pett and Pott; 1935
Coal Face; 1944 Champagne Charlie; 1945 Dead of Night; 1948 For
Them that Trespass.
1926 Rien que les heures
interpreti: Blanche Bernis, Nina Chousvalowa,
Philippe Hériat,
Clifford McLaglen;
(1926, b/n, muto,45’)
Appartenente alla categoria “Sinfonia delle città”,
questo film è stato, secondo Cavalcanti, “il primo
a fornire una prospettiva sociologica al documentario. Fino ad
allora tutti i documentari erano stati dei “crepuscoli sul
Pacifico”. Nessuno aveva avuto l’idea di mostrare ciò che
accade intorno a noi. Rien que les heures è stato il primo.” E’ il
più sperimentale di tutti i suoi film. Descrizione di una
metropoli precisa, Parigi, con i suoi fastosi monumenti, con i
suoi vicoli, la sua gente minuta e le sue avventure, Rien que les
heures è anche un film molto bello sul tempo e sulla consapevolezza
della sua implacabile fuga. Il film ebbe molti problemi con la
censura e lo Studio des Ursulines, una sala ancora esistente, dove
era programmato, fu chiuso dalla polizia.
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(Parigi, 1896 - Rabat, Marocco, 1942)
Regista cinematografico, fratello di
René Clair. Assistente
di Robert Boudrior, Jacques Feyder e di Jacques de Baroncelli.
Esponente del “cinema puro”, fu ucciso a Rabat durante
la guerra mentre girava un documentario per l’Esercito francese.
“Il cinema non si limita ad essere rappresentativo. Esso
può creare. E ha già creato una sorta di ritmo.Grazie
a questo ritmo il cinema può estrarre da sé stesso
un nuovo potere che, abbandonata la logica dei fatti e la realtà degli
oggetti, genera una successione di visioni non familiari, inconcepibile
al di fuori dell’unione tra obiettivi e pellicola in movimento:
cinemaintrinseco o, se preferite, cinema puro perché separato
da tutti gli altri elementi, drammatici o documentaristi, e perché ci
permette un reale accesso alla pura immaginazione cinematografica,
facendo nascere quella che è stata definita “sinfonia
virtuale”. da Germane Dulac
“Virtuosismi, forse, ma che, come avviene con un concerto
armonioso, stimoleranno non solo la sensibilità ma anche
l’intelligenza. Perché rifiutare allo schermo questa
facoltà d’incantamento che si accorda all’orchestra?” (Henri
Chomette, 1925)
Filmografia Essenziale:
1924 À quoi rêvent les jeunes films; 1923-25 Jeux
de reflets, de lumière et de vitesse; 1925-26 Cinq minutes
de cinéma pur; 1925 Crystals; 1930 Le Requin.
1923 Jeux de reflets, de lumière
et de vitesse
(1923-25, b/n, muto, 6’)
1925-26 Cinq minutes de cinéma
pur
(1925-26, b/n, muto, 5’)
Questi due film sono forse il più perfetto esempio di un
rigoroso “cinema puro” distinto da quello astratto
tedesco (Eggeling, Richter etc.) per l’utilizzazione di una
grande varietà di materiali visivi, montati in sequenze
ritmiche. E sono anche la testimonianza di una rivolta “senza
speranza ma non inutile” (René Clair) che, purtroppo
non ebbe risultati immediati.
In quegli anni “la questione della purezza” coinvolse
tanto l’avanguardia letteraria quanto quella cinematografica;
questa purezza era concepita in relazione alla rappresentazione
convenzionale, coinvolgendo tutti gli aspetti del cinema.
In Jeux de reflets…, per esempio, nella prima parte, sono
eliminati scenografia e personaggi e ci si affida soltanto ai riflessi
della luce su alcuni cristalli, per creare forme in movimento dovute
spesso al caso (caso sollecitato, provocato) o dalla mano dell’operatore
o da quelladel regista che comunque si riserva la scelta finale
e la creazione di un ritmo al montaggio.
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(pseudonimo di René Chomette,
Parigi, 1898 - 1981)
Uno dei più noti cineasti francesi, autore, agli inizi
degli anni Trenta di alcuni film famosi che prefigurano il clima
del “realismo poetico”. Nel 1918 diventa giornalista
e, nello stesso tempo, lavora come attore in numerosi film. In
quegli anni fa anche il suo apprendistato di cineasta con Louis
Feuillade, il maestro supremo del film a episodi e delle riprese “en
plein air”. Nel 1923 realizza il suo primo film, Paris qui
dort, un lungometraggio sperimentale. Del 1924 è, invece,
il suo film d’avanguardia più noto, il primo film
dadaista, Entr’acte, su soggetto di Francis Picabia. Nel
1925 realizza Le voyage imaginaire, dove sono ancora evidenti componenti
sperimentali e surrealistiche. A questa fase d’avanguardia,
in cui la struttura “tradizionale” viene rifiutata,
segue il “rientro” nella “normale fiction”,
con film di grande successo come Il milione (1931) e A me la libertà.
Filmografia Essenziale (1923 - 1931)
1923 Paris qui dort; 1924 Entr’acte; 1925 Le Fantôme
du Moulin Rouge; 1926 Le Voyage imaginaire; 1928 La Tour; 1930
Sous les toits de Paris; 1931 Le Million; 1931 A nous la liberté.
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(Parigi, 1879 - 1953)
Pittore e scrittore francese. Nel 1917
a Barcellona fondò la
rivista «391». Collaboratore di «Cannibale» e
di «Littérature». Nel 1918 entrò a far
parte del movimento Dada, di cui è dal 1919 con Tzara uno
dei principali animatori. In seguito si avvicinò a Breton
e a Révolution Surréaliste. Nel 1924 scrisse lo scenario
Relâche per i Ballets Suédois di Rolf de Maré.
1923 Paris qui dort
interpreti: Albert Prejean, Martinelli,
Myla Seller, Marcel Vallée;
produzione: Les Films Diamant
(1923, b/n, muto, 61’)
Il protagonista di Paris qui dort occupa
il posto più alto
di Parigi: è, infatti, il guardiano della Torre Eiffel e
vive all’ultimo piano. Un giorno, scende per fare un giro
in città e si accorge che Parigi è immobile. La grande
maggioranza delle più importanti arterie e piazze - tra
cui la Madeleine e la Concorde - sono deserte. In alcuni quartieri
residenziali incontra dei personaggi in stato di trance. Le sole
persone che sfuggono al torpore generale sono un pilota d’aereo
e i suoi quattro passeggeri. Con loro esplora la città e
scopre, nel silenzio e nell’immobilità, le condizioni
della libertà: Parigi gli appartiene …
Girato in tre settimane durante l’estate del 1923, Paris
qui dort si può far rientrare nel genere “science-fiction”.
Il film propone una nuova serie di variazioni critiche sulla matrice
tematica della città, della folla, della capitale. Il film è anche
un omaggio allo stile e al ritmo di Mack Sennett. René Clair
riprende inoltre un breve capitolo della storia del cinema primitivo
poiché, prima dei fratelli Lumière, Parigi era già stata
filmata dalla Torre Eiffel. Il regista fa questa volta partecipare
la Torre nel suo insieme, utilizzandola come “occhio”:
costantemente cambia posizione, variando gli angoli, le distanze,
le altezze, “rendendo così dinamica ogni ripresa,
ogni sequenza dell’azione grazie alla simmetria possente
e mutevole dell’inquadratura delle sue travi metalliche.
La Torre, dunque, non è più soltanto un elemento
decorativo complesso e stimolante [..] René Clair utilizza
il suo “potenziale mobile”, ma fa anche entrare in
gioco le sue funzioni soggettive, le sue capacità d’inquadratura,
di focalizzazione: la Torre è diventata così elemento
scenografico e attore. Trasformandola in uno strumento ottico,
in un dispositivo cinematografico, René Clair ne ha fatto
una camera”. (Annette Michelson)
1924 Entr’acte
soggetto e sceneggiatura: Francis Picabia;
adattamento: René Clair;
fotografia: Jimmy Berliet;
musiche: Erik Satie (versione sonorizzata nel 1968);
interpreti: Jean Borlin, Inge Fries,
Francis Picabia, Man Ray, Marcel Duchamp, Erik Satie, Marcel
Achard, Rolf de Maré,
Roger Lebon, Geoges Charensol;
produzione: Rolf de Maré
(1924, b/n, muto, 22’)
Una serie di “immagini in libertà”, strutturate
sulla base di associazioni ritmico-figurative: una ballerina con
barba e baffi, una partita a scacchi tra Man Ray e Marcel Duchamp
disturbata da un getto d’acqua, un carro funebre che attraversa
senza guida la città, prima lentamente, poi a rotta di collo,
mentre gli invitati sono trascinati in un rocambolesco inseguimento
(che alterna scene rallentate e scene accelerate) … Considerato
uno dei capolavori dell’avanguardia, Entr’acte fu realizzato
come intermezzo al balletto “istantaneista” in due
atti di Francis Picabia, Relâche, rappresentato per la prima
volta il 28 novembre 1924 al “Thréatre des Champs
Elysées” dalla Compagnie des Balletts Suédois,
animata da Rolf de Maré. Accolto da urla, fischi, risate
e applausi, Entr’acte conobbe sia stroncature che esaltazioni
incondizionate.
“Entr’acte pretende di attribuire un nuovo valore
all’immagine. Spettava a Francis Picabia, che tanto ha fatto
per la liberazione della parola, di liberare l’immagine.
In Entr’acte l’immagine «distolta dal suo dovere
di significare» nasce «ad una esistenza concreta».
Nulla mi sembra più rispettoso dell’avvenire del film
che questi balbettii visivi di cui egli ha costruito l’armonia.
[…] L’indignazione di certe persone non sarà per
me una ricompensa più dolce della soddisfazione che essi
mi hanno voluto esprimere.” (René Clair)
“L’intermezzo di Relâche è un film che
ci fa vedere i nostri sogni e gli eventi non materializzati che
si producono nella nostra mente; perché raccontare quello
che tutti vedono o che si può vedere ogni giorno? Entr’acte è un
autentico intermezzo, un intermezzo, nella noia della vita monotona
e delle convenzioni piene di rispetto ipocrita e ridicolo. (…)
Entr’acte non crede a molto, al piacere della vita, forse,
crede al piacere di inventare, non rispetta nulla se non il desiderio
di scoppiare a ridere, perché ridere, pensare e lavorare
hanno lo stesso valore e sono indispensabili l’uno all’altro.” (Francis
Picabia)
1926 Le voyage imaginaire
interpreti: Jean Borlin, Dolly Davis, Marguerite Madys, Albert
Prejean, Jim Gerald;
produzione: Rolf de Maré
(1926, b/n, muto, 74’)
Jean, un impiegato imbranato, viaggia
nel regno delle fate dove viene trasformato in cane e morirebbe
decapitato dalle statue di cera del Museé Grevin se non intervenissero a salvarlo i
fantocci di Charlote di Jackie Coogan (Il monello). Si tratta,
ovviamente, di un sogno, di un sogno molto vivido che rafforza
psicologicamente Jean e gli dà il coraggio per conquistare
la bella Lucie e farsi rispettare dai suoi desolanti colleghi.
Clair tiene conto della logica dell’inconscio (i meccanismi
del sogno, l’ambivalenza di attrazione e repulsione) e ci
offre un esempio perfetto di “surrealismo parigino”,
diverso da quello “paludato” del gruppo ufficiale di
Breton: regnano qui una strepitosa ironia e una felice leggerezza
che trasformano la rivolta anti-borghese in un ilare boccaccia
ma anche in un vivo desiderio di fuga dallo squallore della vita
quotidiana.
1928 La tour
(1928, b/n, muto, 9’)
Per la seconda volta, dopo Paris qui
dort, Clair filma la Torre Eiffel e si sofferma su alcune sue
architetture metalliche, prefigurando la maniera in cui Stan
Brakhage, il grande cineasta del New American Cinema deceduto
recentemente, filmerà, su richiesta diJoseph
Cornell, la metropolitana aerea della Terza Avenue a New York,
esaltando il “potenziale ottico” molto vario della
struttura, poco prima della sua distruzione.
top
(Maisons-Laffitte, Seine-et-Oise, 1889
- Milly-la Forât,
Seine-et-Marne, 1963).
“Dite a Cocteau che io l’amo,
perché, come se tornasse dalle
rive di un mare, egli è il solo
ad essere tornato abbronzato
dal mondo dei miti.”
(Rainer Maria Rilke)
Poeta, romanziere, drammaturgo, regista,
attore e sceneggiatore cinematografico. Il suo nome compare nelle
più diverse esperienze
della cultura europea del secolo, ed in particolare si può dire,
in tutte le forme di spettacolo. Fin da ragazzo la sua sete di
esperienza lo portò a fare numerosi viaggi e a contattare
le più diverse realtà umane e culturali. Ciò lo
portò progressivamente a orientarsi verso la tendenza a
scelte d’«avanguardia». Fu in contatto con Proust
e Gide, diventò amico di Daghilev, Picasso, Apollinaire,
Cendrars e di molti altri; seguì le innovazioni musicali
di Strawinski e le rotture con la tradizione dei dadaisti e dei
surrealisti (con questi ultimi fu peraltro in decisa polemica).
Nell’opuscolo Le coq et l’Arlequin
difende le teorie musicali antidebussy di Erik Satie, di cui
era collaboratore, contro le partiture troppo ricercate ed in
favore di una musica semplice e popolare. Scrive opere teatrali,
libretti per balletti (Honegger, Milhaud) con la collaborazione
di coreografi come Fokine, Massine, Petit, e libretti per opere
(Strawinski). Oltre alla musica, disegna illustrazioni, compone
poemi, scrive saggi e romanzi, si dedica al giornalismo.
Tra le varie attività artistiche alle quali si dedicò il
cinema ha rappresentato per Cocteau uno dei mezzi per esprimere
meglio “l’io sconosciuto che mi abita”. Dopo
Le sang d’un poète (1930), Cocteau abbandonò tuttavia
il cinema per molti anni, tornando dietro la macchina da presa
solo nel 1946 per La belle et la bête, al quale fecero seguito
altri quattro film. Le sue opere cinematografiche “formano
una sorta di diario, intimo, di confidenza delle sue ossessioni
e ricerche.” (G. Sadoul)
Cocteau ha sempre difeso il cinema d’autore, il cinema dei
giovani, degli esordienti. È stato uno degli ispiratori
dei cineasti-critici della Nouvelle Vague e il grande patrocinatore
del movimento.
filmografia essenziale
1930 Le sang d'un poète; 1946 La belle et la bête
(La bella e la bestia); 1947 L’aigle à deux têtes
(L'aquila a due teste); 1948 Les parents terribles (I parenti terribili);
1950 Orphée (0rfeo); 1960 Le testament d'Orphée (Il
testamento di Orfeo)
1930Le sang d’un poète
regia, sceneggiatura, montaggio: Jean Cocteau;
fotografia: Georges Périnal; scenografia: Jean D’Eaubonne;
musica: Georges Auric;
interpreti: Elizabeth Lee Miller, Pauline
Carton, Enrique Rivero, Féral Benga, Odette Talazac, Jean
Desbordes, Barbette; narratore: Jean Cocteau; produzione: Visconte
Charles de Noailles.
(1930, b/n, sonoro, 60’)
Un cult movie mitico, analizzato da Freud,
che ha profondamente influenzato i cineasti del New American
Cinema, soprattutto quelli che hanno iniziato a girare negli
anni ’40-’50.
Le sang d’ un poète, realizzato nello stesso anno,
e con lo stesso finanziatore, il visconte di Noailles, di dell’Âge
d’or, è considerato l’ultimo frutto dell'avanguardia
cinematografica surrealista anche se il surrealismo ortodosso lo
ha sempre rifiutato. Cocteau trasfonde, già in questo primo
film, tutti i temi, le ossessioni, i motivi dominanti della sua
opera, sovrapponendo con sorprendente disinvoltura gli stili e
i climi più vari in un crescente parossismo tematico: “il
primo episodio, rappresenta l’omosessualità, il narcisismo
e la masturbazione; i1 secondo è una esemplificazione dello
stato psicopatico del ‘voyeur’; nel terzo episodio,
predomina [...] il gusto sadico del sangue; nel quarto i1 gratuito,
l’assurdo premono [...] fino a distruggere persino le allegorie”.
(G. Viazzi)
Altri temi trattati: i rapporti del poeta
con la propria musa (la gioia e l’agonia dell’essere artista ...), l’autonomia
dell’opera d’arte e la sua immortalità.
“Un simile film non è raccontabile. Potrei dare la
mia interpretazione, potrei dirvi che la solitudine del Poeta è così grande
e che egli vive talmente ciò che crea, che la bocca di una
delle sue creazioni gli resta impressa nella mano come una ferita
e che egli ama questa bocca, che egli si ama, insomma, che si sveglia
al mattino con questa bocca dentro di sé cerca di sbarazzarsene
e se ne sbarazza sopra una statua morta, e che questa statua comincia
a vivere e per vendicarsi lo trascina in avventure spaventevoli.
Potrei dirvi che la battaglia delle palle di neve è l’infanzia
del poeta e che quando egli gioca la partita a carte con la sua
Musa, la sua Gloria e il suo Destino, bara prendendo alla sua infanzia
ciò che dovrebbe attingere in se stesso. Potrei poi dirvi
che, avendo cercato di farsi una gloria terrestre, egli cade in
questa noia mortale dell’eternità cui si pensa davanti
a tutte le sepolture illustri.” (Jean Cocteau)
“Le sang d’un poète, film nel senso in cui
l’intende Chaplin, è un documentario realista di avvenimenti
irreali. Lo stile vi è più importante dell’aneddoto
e lo stile delle immagini autorizza ognuno a trarre il proprio
tornaconto, a simbolizzare secondo il proprio spirito [...].” (Jean
Cocteau)
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