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Le avanguardie cinematografiche in Francia
negli anni '20/ '30 - Gli autori (L-Z)
parte
1 (A-C) I parte
2 (D-K) I parte 3 (L-Z)
Fernand Léger I Marcel
L’herbier I Lászlo
Moholy-Nagy I Ivan Mosjoukine I Man
Ray I Jean Renoir I Jean
Vigo
(Argentan, Orne, 1881 - Gif-sur-Yvette, Senna e Oise, 1955)
Pittore, scenografo, costumista e regista
cinematografico. È uno
dei grandi maestri del cubismo. Interessato alla ricerca sul dinamismo
puro dell’immagine, si accostò al cinema nel 1923,
disegnando con Mallet-Stevens, Autant-Lara e Cavalcanti le scenografie
e i costumi di L’inhumaine di Marcel L’Herbier. Nel
1936 disegnò i costumi di un film inglese avveniristico
(tratto da un romanzo di H. G. Wells), Things to Come di William
Cameron Menzies. L'ultimo apporto al cinema lo diede collaborando
al film collettivo Dreams That Money Can Buy
Filmografia Essenziale:
1924 Le ballet mécanique (t.l. II balletto meccanico);
1947 Dreams That Money Can Buy (t.l. I sogni che il denaro può comprare).(Episodio:
The Girl with the Prefabricated).
1924 LE BALLET MÉCANIQUE
(t.l.: Il balletto meccanico)
regia: Fernand Léger;
collaborazione alla regia: Dudley Murphy
(1924, b/n, muto, 20’)
“Attraverso l’iterazione, la deformazione, la scomposizione
di immagini ed oggetti, Léger tenta di portare l’esperienza
cubista su un piano ritmico-figurativo, dove la «totalità» della
rappresentazione è perseguita mediante la sua liberazione
dal «racconto». Così, il materiale visivo, eterogeneo
fino all’insolenza (si passa dal dettaglio fotografico al
disegno astratto alla ripresa convenzionale, al trucco illusionistico
al particolare ironico e sconcertante), sembra disporsi circolarmente
in una cadenza infinita, fotogramma dopo fotogramma, inquadratura
dopo inquadratura, scena dopo scena. Dal film è estranea,
insomma, qualsiasi idea di «sinfonia visiva» (cioè di
sviluppo di un tema) o di vena surrealistica. È, semmai,
in un’ossessione di tipo dada, tanto più angosciosa
quanto meno esplicita, che l’opera di Léger si riallaccia
alle correnti classiche dell’avanguardia (del cubismo, matrice
espressiva del Ballet.”(Francesco Savio)
“Poca gente ama la verità con tutti i rischi che
comporta, e tuttavia ilcinema è una terribile invenzione
per produrre verità quando volete. È un'invenzione
diabolica che può schiacciare e illuminare tutto quello
che si nasconde, proiettare il dettaglio ingrandito cento volte.
Sapevate che cosa è un «piede» prima di averlo
visto vivere in una scarpa sotto una tavola, sullo schermo? È commovente
come un quadro. Mai prima di questa invenzione avreste potuto avere
un’ombra di idea della personalità dei frammenti.
Il cinema personalizza «il frammento», l’inquadratura
ed è un «nuovo realismo» le cui conseguenze
possono essere incalcolabili. Un bottone di colletto, piazzato
davanti al proiettore, ingrandito cento volte, diventa un pianeta
irradiante. Un lirismo assolutamente nuovo dell’oggetto trasformato
viene al mondo, una plastica va a comporsi su questi fatti nuovi,
su questa nuova verità.” (Fernand Léger)
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(Parigi, 1890 - Parigi, 1979)
Regista, produttore, soggettista e sceneggiatore.
Dopoesperienze di lavoro disparate e varie pubblicazioni di carattere
poetico e critico, ottenne la licence in giurisprudenza. e in
lettere. L’Herbier arrivò al cinema verso il ’17- 18,
grazie all’appoggio determinante di Musidora (celebre diva
del momento e ispiratrice del mondo cinematografico) come autore
di soggetti. Nel ’18 esordisce nella regia con il cortometraggio
sperimentale Phantasmes. Dopo una serie di lavori per il produttore
Gaumont, di alterno successo, e altri di minor conto, «esplode» con
Eldorado (1921), «l’unica opera di L'Herbier che appare
a tutti veramente ispirata». [R Paolella]
Lasciata la Gaumont, L’Herbier fonda la Cinégraphie
(1923), casa cinematografica resa importante dai molti insigni
artisti che ne fecero parte. Attiva dal 1923 al 1928, produsse
vari film di autori d’avanguardia. Per la Cinégraphie
L'Herbier diresse L’inhumaine (1924), considerato il Kabinett
des Dr Caligari francese.
[F. Pasinetti, Evoluzione di M. L’H., in «Cinema» n.
51, 1938].
Intorno alla Cinégraphie si raggruppano numerosi registi
e artisti d’avanguardia tra cui Cavalcanti, Léger,
Dreville, Milhaud e altri. «Il merito, di L’Herbier
- ha scritto Sadoul - era quello di ricercare uno, stile nazionale
autenticamente, francese». Benché spesso sopravvalutato
dai contemporanei (il suo periodo migliore va dagli inizi al 1928,
cui segue un progressivo declino; dal 1952 al 1962 ha lavorato
anche per la televisione). L’Herbier compì una costante
opera di ricerca e di diffusione della cultura, con passione e
intelligenza. Come produttore e scopritore di giovani talenti i
suoi meriti sono indiscussi.
“Un’arte, una scienza, un’industria, uno sport,
il cinema è tutto ciò, è questo composto,
questa sintesi. Senza dubbio oltrepassa così tutte le vecchie
statiche formule d’espressione.” (Marcel L’Herbier,
1921)
Filmografia Essenziale:
1919 Phantasmes; 1920 L’Homme du large; 1921 El Dorado;
1924 L’Inhumaine; 1925 Feu Matthias Pascal ; 1928 Resurrection;
1928 L’Argent; 1935 Le Bonheur ; 1940 La conduie du
bonheur
1924 L’Inhumaine
(L’inumana)
sceneggiatura: Marcel L’Herbier,
Pierre Mac Orlan; fotografia: Georges Specht;
scenografia: Fernand Léger, Alberto
Cavalcanti, Claude Autant-Lara, Robert Mallet Stevens;
musiche: Darius Milhaud;
interpreti: Georgette Leblanc, Jaques Catelain, Marcelle Pradot,
Jean Borlin.
(1924, b/n, muto, 135’)
Claire, una cantante celebre e molto
bella, è insensibile
alle attenzioni degli uomini (l’inumana). Un giorno convoca
i suoi ammiratori e annuncia loro che lascerà Parigi a meno
che vi sia qualcosa di molto stimolante a trattenerla. Un giovane
scienziato, follemente innamorato di lei, fugge e le lascia scritto
che si ucciderà. Dopo una folle corsa la sua auto finisce
nella Senna ma il suo corpo non viene ritrovato. Claire rimane
e canta il récital ai Champs Élysées… etc.
etc… Un melodramma futurista in cui il regista utilizzò il
contributo dei maggiori esponenti dell’epoca.
“Marcel L'Herbier, oltre ad esordire usando per primo in
Fantasmi. (1918) immagini sfocate in senso espressivo, andò perdendo
con gli anni l’enfaticità letteraria di derivazione
simbolista che aveva caratterizzato i suoi primi scritti (ricordiamo,
ad esempio Il parto della morte, sottotitolato Miracolo in porpora,
oro e nero) per rivolgersi all’avanguardia cercando di utilizzarne
le esperienze all’interno dei suoi film. Egli cercò inoltre
abilmente e fruttuosamente grossi finanziamenti che gli consentirono
spostamenti all'estero per girare nei luoghi voluti dalle sceneggiature,
attori professionisti, dispendiosi scenografi ed equipaggiamenti
tecnici tra i più progrediti. II suo estetismo esasperato,
però, non lo abbandonò mai e lo condusse, invece
che a vivere dall’interno i problemi dell’avanguardia,
ad assumere i suoi risultati in chiave decorativa e formale: per
realizzare L’Inhumaine, ad esempio, si avvalse di collaboratori
come i giovani scenografi Cavalcanti e Autant-Lara (futuro regista),
il musicista Darius Milhaud, il pittore Fernand Léger per
parte delle scenografie, il romanziere Pierre Mac Orlan per la
sceneggiatura, Paul Poiret per i costumi, l’architetto Robert
Mallet-Stevens, allora sulla cresta dell'onda, per gli arredi,
oltre all'ottimo attore Jaques Catelain, a sua volta regista, e
all’attrice Georgette Leblanc Maeterlinck che, a causa della
sua notorietà negli Stati Uniti, gli procurò un solido
finanziamento americano. Per la scena in cui la protagonista, una
grande cantante, deve suscitare contrastanti reazioni nel pubblico,
egli riuscì inoltre ad organizzare al Théâtre
des Champs-Élysées, un concerto di Georges Antheil
che, con la modernità della sua musica, riuscì a
creare in sala uno scalpore sufficiente per permettere a L’Herbier
di riprendere, con dieci cineprese nascoste, la «vera» reazione
degli spettatori, da usare poi all’interno della finzione
cinematografica. Sembra che in questa sequenza apparissero inoltre
le maggiori personalità del momento, come Eric Satie, Darius
Milhaud, James Joyce, Pablo Picasso, Man Ray, Ezra Pound, il principe
di Monaco, molti surrealisti ed altri personaggi del «tout-Paris».
Il film fa pensare ad una specie di riedizione
potenziata di Thaïs
(Perfido incanto, 1916) di Bragaglia e forse non a caso venne distribuita
in Italia con il titolo Futurismo. Tra gli altri elementi di richiamo
del film, ricco di trucchi ed accorgimenti tecnici, appare per
la prima volta un apparecchio televisivo, che, nell’ottica
modernista dell’autore, veniva rappresentato come mitico
mezzo di comunicazione tra i popoli ...” (Ester de Miro,
Cine Qua Non, Firenze 1978)
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(Borsod, Ungheria 1895 - Chicago, 1946)
Nato in Ungheria, studia giurisprudenza
a Budapest. Nel 1919, con l’intenzione di diventare pittore, s’inserisce
nel gruppo d’avanguardia “MA”. Dal 1920 al 1923
a Berlino scrive in diverse pubblicazioni d’avanguardia,
realizza i suoi primi “fotogrammi” e le sue prime “sculture
stereometriche”. Dal 1923 al 1928 insegna al Bauhaus a Weimar
e a Dessau e diventa l’editore dei Bauhaus Books. Nel 1930
completa le sue sculture cinetiche di luce e il suo “Light-Space-Modulator” e
realizza il suo primo film assoluto. (Lichtspiel Schwarz - Weiss
- Grau)
Dal 1935 al 1937 vive e lavora a Londra. Nel 1937 si trasferisce
a Chicago dove fonda il New Bauhaus e dove muore nel 1942.
Filmografia Essenziale:
1929 Marseille vieux-port; 1930 Lichtspiel
Schwarz - Weiss - Grau; 1931 Berliner Stilleben; 1932 Groβstadt
Zigeneur (Gipsy); 1936 The Life of the Lobster.
Marseille vieux-port
(1929, b/n, muto, 9’)
Fa molto caldo a Marsiglia e si ha l’impressione che anche
le strade fondano. Ciononostante la folla sciama in continuazione
sulla Canebière. I tram suonano, le auto si sono bloccate :
al centro un corteo funebre scende lentamente verso il Vecchio
Porto. Sei donne, vestite di nero sotto il sole bruciante, trasportano
il feretro. Il corteo è pieno di oggetti sacri e di corone
di fiori artificiali. In basso, al porto, tutti coloro che non
sono obbligati a muoversi per un lavoro urgente, sono distesi su
delle tavole in acqua o ai bordi dell’acqua e dormono con
gli occhi chiusi durante le ore più calde. Circolano centinaia
di barche.
Moholy-Nagy inizia a girare questo film
nel 1929: è un
artista famoso, dopo dieci anni di attività, di cui cinque
consacrati all’insegnamento al Bauhaus. Ha da poco abbandonato
la celebre scuola dove non si riconosce più: la rigidità tecnica
ormai ha eliminato l’approccio sensitivo ai materiali e il
Bauhaus è diventato “una scuola che assicura una formazione
professionale ma che tiene conto soltanto del rendimento a scapito
dell’evoluzione globale dell’uomo polivalente.” L’autore
vuole, invece, conservare con cura il suo “cote amateur”.
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(Penza, Russia 1889 - Parigi, 1939)
Attore e regista cinematografico russo.
Fu il divo per eccellenza del cinema russo prerivoluzionario,
oltre che per il fascino tenebroso del suo romantico personaggio
anche per notevoli qualità d’attore.
Rifugiatosi in Francia nel 1920 partecipò ad alcuni film
diretti da registi russi emigrati, da Epstein e da L’Herbier.
Con l’avvento del sonoro fu inesorabilmente dimenticato.
Nel 1923 regista di se stesso nel film Le brasier ardent, insolito
e fantasioso tentativo di tradurre in immagini le teorie psicanalitiche.
Filmografia Essenziale:
1923 Le brasier ardent.
1923 Le brasier ardent
regia: Ivan Mosjoukine, con la collaborazione di Alexandre Volkoff;
sceneggiatura: Ivan Mosjoukine; fotografia: Jean-Lonj Mundaviller;
produzione: Albatros;
interpreti: Nathalie Lissenko, Ivan Mosjoukine, Nicolas Koline.
(1923, b/n, muto, 119’)
Un cine-poema atipico, un’opera di grande
originalità,
ancora oggi piena di freschezza. Sovrapponendo le immagini care
ai surrealisti: La Donna, l’Amore, il Sogno, il Caso, le
Carte e la Grande Città dove ci si perde, Parigi, il regista
racconta una storia semplice. La storia di una donna (la Donna)
perduta, ghermita dalla grande città - cabaret parigini,
visioni oniriche di orge in ambienti fumosi, danze febbrili e appassionate
e dai suoi sogni di un uomo (l’Uomo) che appare e la ossessiona.
Mosjoukine comunica allo spettatore la sua eccitazione, il suo
fuoco e imprigiona i suoi occhi con il caleidoscopio dei suoi “capricci
d’avanguardia”, ingegnosi e sensuali.
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(Filadelfia, 1890 - Parigi, 1976)
Fotografo, pittore, regista c sceneggiatore
cinematografico. A New York nel 1915 conobbe Duchamp e Picabia
e entrò a far
parte del movimento dada. Trasferitosi a Parigi (1921) aderì al
surrealismo nel 1925. Figura di primo piano dell’avanguardia “storica” e
grande sperimentatore, Man Ray applicò le sue ricerche a
tutti i settori dell’arte (famosi i suoi rayogrammes, ottenuti
attraverso l’impressione diretta di oggetti appoggiati su
lastra o pellicola fotografica). Nel cinema rappresenta, con Duchamp,
l’anello di congiunzione fra dadaismo e surrealismo.
Filmografia Essenziale :
1923Le retour à la raison ; 1926 Emak Bakia ; 1929 L’étoile
de mer ; 1935 Essai de simulation de délire cinématographique
(t.l. Saggio di simulazione, di delirio cinematografico); 1944
Dreams That Money Can Buy (t.l. Sogni che il denaro può comprare;
sceneggiatura dell’episodio: Ruth Roses and Revolvers)
1923 Le retour à la raison (t.l. II
ritorno alla ragione)
interpreti: Alice Kiki Prime (Kiki de Montparnasse)
(1923, b/n, muto, 4’)
Realizzato in una sola notte, fu presentato
tra fischi di disapprovazione alla storica serata del “Coeur à barbe”, organizzata
da Tristan Tzara nel 1923. Privo di qualsiasi struttura e costruito
con frammenti di pellicola impressionata, senza alcuna concatenazione
logica, il film fece scandalo, secondo le intenzioni dell’autore.
Ray infatti “filmò i movimenti di una spirale di carta
... e cosparse la pellicola vergine di spilli e di vari oggetti
d’uso comune come bottoni c fiammiferi, i quali impressionarono
la pellicola in modo tale che alla proiezione sembrava di assistere
a una curiosa caduta di neve metallica. Un corpo di donna nuda
e delle luci da fiera sono i soli elementi concreti di questo film.” (Ado
Kyrou)
1927 Emak Bakia
interpreti: Alice Kiki Prime (Kiki de Montparnasse), Jacques Rigaut
(1927, b/n, muto, 17’)
Film realizzato su commissione del cliente
ed amico Arthur Wheeler; girato parte nella villa di questi a
Biarritz, parte nello studio dell’artista. Fu poi proiettato
in una serata al teatro Vieux Colombier.
“Non era prevista una sceneggiatura, tutto sarebbe stato
improvvisato, come nel. mio primo cortometraggio, per il Coeur à barbe,
nell'ultima manifestazione dada. [...] Avrei anche usato le prime
sequenze del mio, film dada: sale e pepe, spilli e puntine, ma
stampate secondo una tecnica più professionale. Ciò avrebbe
sottolineato la mia determinazione a non lasciarmi sedurre da considerazioni
di ordine commerciale. Come l’estate precedente, Wheeler
affittò una villa nei pressi di Biarritz [...]. Girai una
delle scene più interessanti a bordo della Mercedes da corsa
di Rosa Wheeler.
Altre sequenze furono programmate con maggior cura: un paio di
belle gambe che ballavano un charleston, popolarissimo in quei
giorni, il mare che ruotava trasformandosi in cielo e il cielo
in mare ecc., tutti trucchi che potevano infastidire certi spettatori.
L’istinto dada era ancora molto forte in me. Tornando a
Parigi feci altre riprese nel mio studio. A quel punto avevo un
miscuglio di sequenze realistiche, di cristalli scintillanti e
di forme astratte ottenute con gli specchi deformanti, quasi sufficiente
per un film. Mi occorreva ora qualcosa per concluderlo in una sorta
di crescendo, onde evitare l’apparenza d’una ricerca
artistica troppo ostentata. Doveva essere una satira del cinema.
La visita del mio amico, Jacques Rigaut, il dandy dei dada, il
bell’uomo che avrebbe potuto diventare un divo dello schermo
se avesse voluto, mi diede l’idea per il finale. [...]
Per concludere feci un primo, piano di
Kiki. La sua passione, per il trucco pesante mi aveva dato un’altra
idea: le dipinsi un secondo paio di occhi sulle palpebre chiuse
e la filmai mentre apriva lentamente gli occhi autentici, chiudendo
quelli artificiali. Le labbra si schiudevano in un sorriso mostrando
la bella dentatura regolare. Finis, aggiunsi in dissolvenza.
(Man Ray, Autoritratto, Milano 1976)
“Una serie di frammenti, un cinepoema con una certa sequenza
ottica da cui nasce un insieme che tuttavia resta frammento. [...]
Non è un film «astratto» o narrativo; il suo
motivo d’essere risiede nelle sue invenzioni di forme e movimenti
di luce, mentre le parti più oggettive interrompono la monotonia
delle invenzioni astratte o servono da interpunzione. [...] A coloro
che chiedono ancora «la ragione di questa stravaganza»,
si può semplicemente rispondere traducendo il titolo Emak
Bakia, un’antica espressione basca che significa «non
seccarmi».”. (Man Ray)
1929 L’étoile De Mer
(t.l. La stella marina)
soggetto: Man Ray (Liberamente ispirato
all’omonimo poema
di Robert Desnos)
interpreti: Alice Kiki Prime (Kiki de
Montparnasse), Robert Desnos, André de La Rivière
(1929, b/n, muto, 20’)
Liberamente ispirato a un poema di Robert
Desnos, L’étoile
de mer è l’opera più famosa di Man Ray e anche
la migliore: attraverso affascinanti e suggestive immagini che
richiamano quelle del sogno, il regista coniuga, con sapienza lirismo
e humour. “La poesia di Desnos era come la sceneggiatura
di un film: quindici o venti versi, ciascuno con un’immagine
chiara e distinta di un luogo, di una donna. Non c’era azione
drammatica, ma tutti gli elementi per una possibile azione. S’intitolava
L’étoile de mer. Una donna vende giornali a un angolo
della strada. Accanto a lei, su un panchetto, la pila dei giornali,
fermati da un barattolo di vetro che contiene una stella marina.
Compare un uomo e prende il barattolo; la donna raccoglie la sua
pila di giornali, e insieme se ne vanno. Entrano in una casa, salgono
una rampa di scale e arrivano in una stanza; c’è una
brandina in un angolo. Lasciando cadere i suoi giornali, la donna
si spoglia davanti all'uomo e si sdraia sul lettino, completamente
nuda. Lui la guarda, poi si alza dalla sedia, le prende la mano,
gliela bacia sussurrando adieu e se ne va portando con sé il
barattolo con la stella. A casa la osserva attentamente. Seguono
immagini di un treno in corsa, un battello a vapore che approda,
il muro di una prigione, un fiume che scorre sotto un ponte. Immagini
della donna. [...] Una frase continua a ricorrere: “È bella”, “È bella”.
[...] Il poema continua con l’uomo e la donna che s’incontrano
in un vicolo. Appare un altro uomo, prende la donna per un braccio
e la porta via, lasciando il primo nello smarrimento. Riappare
il viso della donna, sola, davanti a uno specchio che improvvisamente
si frantuma, mentre compare la parola “bella”. Forse
la mia immaginazione era stata stimolata dal vino bevuto a tavola,
ma la poesia m‘impressionò molto, la vidi chiara come
un film, un film surrealista, e dissi a Desnos che l’avrei
realizzata.” (Man Ray)
1929 Les Mystères Du Château
Du Dé
(t.l. I misteri del castello del dado)
(1929, b/n, muto 25’)
Un giorno il visconte di Noailles m’invitò a una
cena, seguita dalla proiezione di un film in prima visione assoluta,
nella sala cinematografica privata che aveva installato nel salone
da ballo del suo palazzo di Parigi. Tra gli ospiti, personaggi
importanti e membri dell’alta società. Al termine
del film mi prese in disparte e mi disse che presto, come ogni
anno, si sarebbe trasferito nel suo castello nel sud della Francia,
a Hyères, per sfuggire ai rigori. dell’inverno parigino
[...] II suo invito era interessato, mi confessò francamente.
Desiderava infatti che girassi alcune riprese del castello, molto
moderno nella sua concezione architettonica, della collezione d'arte
che vi aveva raccolto, e degli ospiti mentre si dedicavano ad attività sportive
in palestra o in piscina. II film sarebbe stata una faccenda privata,
da proiettare agli invitati come souvenir, non in pubblico.
[ ... ] Prima di partire per il sud e
aprire il castello, Noailles me ne diede una foto. Era un agglomerato
di cubi di grigio cemento, eretto sulle rovine di un antico monastero,
in cima a un’altura,
sovrastante una cittadina e il mare. Progettata da Mallet-Stevens,
noto architetto dell’epoca, era una costruzione d’aspetto
severo e discreto, quasi cercasse di celare l’opulenza che
vi regnava all’interno. Mio malgrado la mente cominciò a
lavorare, a immaginare i possibili approcci al soggetto: in fondo
era meglio abbozzare una sorta di piano, se non altro per non sprecare
energie. Le forme cubiche del castello, mi rammentarono il titolo
di una poesia di Mallarmé, Un colpo di dadi mai abolirà il
caso: ecco il tema del film, e il titolo: I misteri del castello
del dado. Mi procurai alcuni accessori poco ingombranti: un paio
di dadi molto piccoli, uno di dadi molto grossi, e sei paia di
caIze di seta, con l’idea di infilarle in testa ai personaggi
che sarebbero comparsi nel film per lasciarli nell’anonimato
e creare un clima di mistero.
(Man Ray, op.cit., Milano 1976)
i cortometraggi degli anni trenta
Si tratta di quattro cortometraggi ritrovati dopo la morte di
Man Ray.
Sono stati restaurati e presentati per la prima volta nel 1986,
in occasione della prima retrospettiva integrale dedicatagli a
Parigi, al cinema Trois Luxembourg.
1935 Courses landaises
(1935, b/n e col., muto, 7’)
Un’esplorazione delle potenzialità dei
nuovi formati (scene girate in 16mm e in 9,5mm) e l’utilizzazione
delle prime pellicole a colori.
1936 Deux femmes
interpreti: sconosciute
(1936, b/n, muto, 5’)
Un saggio di erotismo saffico.
1936 Autoportrait
interpreti: Man Ray e Lee Miller
(1936, b/n, muto, 6’ 3’’)
Man Ray nella sua intimità: fa
delle bolle di sapone e si muove tra alcune delle sue opere.
1937 La Garoupe
interpreti: Adrienne, Pablo Picasso, Dora Maar, Paul Eluard, Nusch,
Roland Penrose, Man Ray.
(1937, colore, muto, 10’ 30’’)
Man Ray filma i suoi amici ad Antibes. Il film
mostra anche delle riprese della baia di Antibes eseguite con una
camera che beccheggia. Prime utilizzazioni delle nuove pellicole
Kodak a colori.
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(Parigi, 1894 - Los Angeles, California, 1979)
Decimo figlio del pittore Pierre Renoir,
uno dei grandi della storia del cinema, autore di capolavori
come La partie de campagne, La bête humaine, La regle du jeu, La grande illusion, solo
per citarne alcuni. Scoprì il cinema nel 1902 con Les aventures
d’Auto-Maboul e poi ci fu lo choc causato da Les mysteres
de New York di Gasnier e da Charlot. Inizia la sua attività artistica
come ceramista e solo nel 1923 l’abbandona per il cinema.
E secondo quanto egli stesso ha scritto, ciò che lo spinse
definitivamente verso il cinema fu il film di Mosjoukine che lo
aveva impressionato profondamente.
“Un giorno al cinema Colisée vidi Le Brasier ardent,
la sala urlava e fischiava, io ero rapito… Decisi di abbandonare
il mio mestiere e di tentare di fare cinema.”
Il suo primo film, La fille de l’eau, fu interpretato da
sua moglie, Catherine Hessling, una delle modelle di suo padre.
Renoir non ha mai rivendicato l’appartenenza all’avanguardia
degli anni Venti. Ma in diversi film di quel decennio si mostra
molto interessato all’aspetto visuale del cinema e alle sue
potenzialità formali. A proposito del suo primo film ha
scritto: “La trama non era davvero la nostra prima preoccupazione.
Era un semplice pretesto per delle inquadrature che per noi avevano
un valore puramente visuale.”
filmografia essenziale:
(anni Venti) 1924, La fille de l’eau; 1926, Nana; 1927,
Charleston; 1928, La petite marchande d’allumettes); 1928,
Tire au flauc; 1929, Le tournoi.
1926 Charleston o Sur un air de Charleston
soggetto: Pierre Lestringuer, su un’idea di André Arf;
fotografia: Jean Bachelet; musiche: Clément
Doucet; produzione: Jean Renoir
interpreti: Catherine Hessling, Johnny Higgins, Pierre Braunberger.
(1926, b/n, muto, 24’)
Charleston è stato piuttosto trascurato dalla critica a
favore di un suo film più famoso: La petite marchande d’allumettes. “Tuttavia
- scrive Xavier Baert - questo film, realizzato con la pellicola
avanzata dalle riprese di Nana, è senza alcun dubbio il
film di Renoir più sorprendente, il più libero e
il più radicale”.
Uno scienziato nero di un altro pianeta
viene a visitare la Terra la cui civiltà è stata distrutta da una guerra astrale
con Marte. Viene scoperto da una selvaggia (Catherine Hessling,
la moglie di Renoir) che si esprime soltanto attraverso la danza … Il
soggetto è solo un pretesto per un film sulla danza che è realizzato
in una totale libertà formale.
1928 La petite marchaude d’alleumettes
(La piccola fiammiferaia)
regia: Jean Renoir, con la collaborazione
di Jean Tedesco; soggetto: dall’omonimo racconto di Hans
Christian Andersen; sceneggiatura: Jean Renoir; fotografia: Jean
Badelet; scenografia: Eric Aes;
interpreti: Catherine Hessling, Manuel Raabi, Jean Storm, Amy
Wells;
produzione: Jean Renoir e Jean Tedesco.
(1928, b/n, muto, 29’)
Il racconto di Adersen si prestava meravigliosamente
alla sperimentazione visuale, non a tratti ma per tutto lo svolgimento
della trama. Ma è soprattutto il delirio della piccola
fiammiferaia, il suo sogno d’agonia, che permette a Renoir
uno studio magistrale sul viso (il viso della protagonista) e
sull’uso del flou,
plastico e ottico. Trasparenze e sovraimpressioni si susseguono
in geniali soluzioni plastiche. L’imagery del film può anche
essere vista come una straordinaria combinazione di impressionismo
e di espressionismo che crea un clima di magia molto intenso e
toccante.
top
(Parigi, 1905 - 1934)
Regista e sceneggiatore cinematografico.
figlio di un noto anarchico, trovato impiccato in cella (ma quasi
certamente ucciso), passò l’infanzia
in uno squallido collegio di provincia ed ereditò dal padre
una concezione fortemente critica della società del tempo,
legandosi agli ambienti culturali e politici dell’estrema
sinistra. Le sue aspirazioni per un cinema sociale (come egli stesso
lo definì) poterono concretarsi nel 1930 con la realizzazione
del suo primo film, il mediometraggio À propos de Nice.
La malferma salute (era malato di tubercolosi), una penosa vita
di collegio, insieme con le tendenze verso una poetica surrealista,
influenzarono fortemente tutta la sua opera ed in particolare il
film che è considerato il capolavoro Zéro de conduite
(1933). Film maledetto, perseguitato dalla censura che dovette
aspettare la Liberazione per essere proiettato.
Il successivo film L’Atalante (1934), ultimato quando Vigo
era già inchiodato a letto dalla malattia mortale, fu poi
gravemente manomesso dal produttore e distributore con tagli arbitrari
e l’intromissione nel sonoro della canzonetta di Bixio «Parlami
d’amore Mariù». L’Atalante, poema d’amour
fou e di umorismo, un altro capolavoro, concluse così “un’opera
troppo breve, tutta collera e amore, lirismo e verità.” (Georges
Sadoul)
filmografia
1930, À propos de Nice; 1931, Taris ou la natation; 1933,
Zéro de conduite; 1934, L’Atalante.
1930 À propos de Nice
(t.l. A proposito di Nizza)
sceneggiatura: Jean Vigo e Boris Kaufman;
fotografia: Boris Kaufman; montaggio: Jean Vigo e Boris Kaufman;
produzione: Jean Vigo.
(1930. b/n, sonoro, 37’)
“Film chiave, pietra miliare nell’evoluzione del cinema
documentario” (Henri Langlois), À propos de Nice smitizza
in 20 minuti, attraverso un “punto di vista documentato”,
i luoghi comuni della Costa Azzurra e della sua capitale: la “Promenade
des Anglais” coi ricchi oziosi sdraiati al sole, i giocatori,
le vecchie signore e i gigolò, la sfilata del carnevale
ecc., sono contrapposti alla miseria dei quartieri poveri coi vicoli
maleodoranti e le bancarelle infestate dalle mosche. Una rappresentazione
feroce e lirica al tempo stesso di una città “paradiso
del pescecanismo post-bellico cosmopolita”, una critica spietata
di un mondo (la borghesia) in disfacimento, visto attraverso la
lente deformante di un poeta.
À propos de Nice è il primo film, in ordine di tempo,
a decretare la fine di certe ricerche e a indicare nuove aperture,
anzi la sola, logica apertura che salvasse, esaurendola, la funzione
dell’Avanguardia. Àpropos de Nice conclude l’Avanguardia,
le cui ricerche, d’ora in avanti, non saranno più solo
formali e tecniche. Con queste ultime, in sei o sette anni, l’Avanguardia
aveva dotato il cinema di un prezioso repertorio lessicale, facendolo
agile e penetrante come un tempo nessuno avrebbe potuto sospettare:
con questo repertorio, con questo linguaggio evoluto, Vigo fa il
primo discorso adulto della Avanguardia, di essa rivelando la rnaturità così come
la necessità di vederla assorbita da una normale produzione.
(Corrado Terzi)
“In À propos de Nice -interprete una città le
cui manifestazioni sono significative - si assiste al processo
di un certo mondo. In realtà, non appena indicate l’atmosfera
di Nizza e lo spirito della vita che vi si conduce - e che si conduce
anche altrove, purtroppo! - il film muove alla generalizzazione
degli insulsi divertimenti, messi sotto l’insegna del grottesco,
della carne e della morte, ultimi bruschi trasalimenti d’una
società che si abbandona, fino a darvi la nausea e a farvi
complici di una soluzione rivoluzionaria. (Jean Vigo)
1931 Taris ou la natation o La natation par Jean Taris
fotografia: Boris Kaufman
interpreti: Jean Taris;
(1931, b/n, sonoro, 9’)
Alla piscina dell’Automobil-Club de France, il campione
francese di nuoto si allena e dà lezione di nuoto. Altri
bagnanti si tuffano o imparano a nuotare. ciò che emerge è soprattutto
il rapporto tra il corpo in movimento e l’acqua. Realizzato
da Jean Vigo nel quadro del “Journal Vivant”, creato
dalla Gaumont, il cortometraggio è dichiaratamente d’avanguardia
ed è, in realtà, un anti-documentario, con elementi
surrealistici e anarchici.
1933 Zéro de conduite
(Zero in condotta)
regia, soggetto, sceneggiatura e montaggio: Jean Vigo;
scenografie: Jean Vigo e Henri Stork
fotografia: Boris Kaufman;
musiche: Maurice Jaubert;
interpreti: Jean Dasté, Robert
Le Flou, Louis Lefebvre, Gilbert Pruchon, Michelle Fagard, Delphin
(1933, b/n, sonoro, 47’)
Jean Vigo tiene conto delle esperienze
dell’avanguardia
e le trasferisce su un piano sottilmente pratico. Lo spirito anarchico,
libertario e creativo dei ragazzi di un collegio francese di provincia
(il film è in parte autobiografico) scatena una rivolta
contro il mondo degli adulti, il loro odioso autoritarismo, le
loro ridicole e insopportabili imposizioni. Un film poetico, surreale
e irriverente che ha poi trovato molti imitatori (Truffaut, innanzi
tutti) i ragazzi insorgono contro l’oppressione degli adulti,
presunti educatori, “in una lotta che vede contrapposti,
fino alla travolgente sarabanda finale” il desiderio anarchico
di libertà dei giovani e l’ipocrisia borghese degli
adulti.
Considerato il capolavoro di Vigo, fu
bollato come film antifrancese e fu sottoposto a pesanti tagli
sia da parte della produzione che dalla censura. In Francia uscì nei
normali circuiti solo dopo dodici anni, nel 1945.
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Le
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