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Colui che meglio ha saputo cogliere l'essenza
della comicità di Chaplin è stato probabilmente
il giudice Heushaw, incontrato dall'artista inglese ad Augusta,
in Georgia, durante la campagna per il Prestito della Libertà,
a sostegno dei militari statunitensi inviati in Europa nella prima
guerra mondiale:
"Ciò che mi piace della sua comicità - aveva
affermato il giudice rivolto a Chaplin - è la conoscenza
dei princìpi: lei sa che la parte meno nobile dell'anatomia
umana è il sedere, e le sue comiche lo provano. Quando lei
molla un calcio in quel posto a un distinto signore, lo spoglia
di tutta la sua dignità. Persino l'importanza di un'inaugurazione
presidenziale crollerebbe miseramente se lei si avvicinasse al presidente
per appioppargli un calcio nel didietro
E' il sedere il nostro
punto debole." ( C. Chaplin, La mia autobiografia, cit.
p. 228).
L'analisi condotta intorno alla figura di Charlot da parte di Hannah
Arendt (Il futuro alle spalle, trad. it. Bologna 1981),
che lo assimila allo "schlemil" di Heine - ovvero,
secondo la filologia ebraica del termine, allo She-lû-nu-el,
"colui che non vale nulla" - si basa fondamentalmente
su un presupposto errato: quello delle origini ebraiche di Chaplin;
una vera e propria leggenda, che risale all'epoca de Il grande
dittatore e che Chaplin non smentirà fino al termine
della guerra. Di questa leggenda, che trova credito in una biografia
del 1940 di Gerith von Ulm (e addirittura in numerosi documenti
dell'FBI), la Arendt, quando scrive Charlie Chaplin:Der
Suspekte , nel 1948, non ne è al corrente:
"Ciò che ha condotto tutto il popolo ebreo ai più
fatali risultati - scrive la Arendt -, la sua totale incomprensione
per la politica e la sua solidarietà e unità popolare
incurante di tutti i rapporti moderni, ha prodotto nell'epoca moderna
un'opera incredibilmente bella e unica nel suo genere: i film di
Charlie Chaplin. In essi il popolo meno amato del mondo ha
generato la più amata figura del tempo, la cui popolarità
non si basa su opportune mutazioni delle allegre, stravecchie farse,
ma, molto di più, si fonda sul risveglio di una qualità
che, dopo un secolo di lotte di classe e di interessi, si era creduta
già quasi morta: il soggiogante fascino del piccolo pover'uomo
del popolo. Già nei primi film, Chaplin ci fa vedere come
il piccolo pover'uomo entri sempre inevitabilmente in conflitto
con i tutori della legge e dell'ordine, i rappresentanti della società
Infatti agli occhi della società Chaplin è sempre,
e per principio, sospettato, così sospettato che la straordinaria
molteplicità dei suoi conflitti è percorsa da un unico
filo conduttore: nessuno, neanche la vittima, si chiede se è
giusto o ingiusto. Molto prima che il sospettato si trasformi nella
figura dell' "apolide", il reale simbolo della
figura di paria, molto prima che veri uomini avessero bisogno, anche
solo per sopravvivere, delle proprie astuzie di mille specie e della
grande bontà occasionale, Chaplin istruito dalle decisive
esperienze della sua infanzia, aveva rappresentato la secolare paura
ebraica davanti al poliziotto in cui s'incarna un ambiente ostile,
e la secolare saggezza ebraica per cui l'umana astuzia di Davide
può avere in certi casi la meglio sulla forza bestiale di
Golia. Ne risultò che il paria, che sta al di fuori della
società e che è sospetto a tutto il mondo, godeva
invece la simpatia del popolo che evidentemente ritrovava in lui
tutto quanto di umano ha il suo diritto nella società. Quando
il popolo rideva per la travolgente rapidità con cui Chaplin
faceva sempre diventare vero il modo di dire "amore a prima
vista", faceva però capire anche, nel modo meno appariscente,
che questo ideale d'amore era pur sempre amore nel senso in cui
il popolo lo intendeva - anche se gli è difficilmente concesso
di farlo avverare." ( Il futuro alle spalle, op. cit.
pp.271-72).
Charlot
l'ebreo seconda parte
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