Convolato
in seconde nozze con Susan, malgrado questa non avesse la ben che minima
attitudine vocale per la lirica, Kane l’aveva ostinatamente sostenuta
nel perseguire le sue ambizioni. Per lei aveva addirittura fatto costruire
un teatro a Chicago. Ma il suo debutto era stato un fallimento.
Leland avrebbe dovuto scrivere un articolo sull’esibizione della
cantante, ma dopo essersi ubriacato si era addormentato davanti alla macchina
da scrivere. Al suo risveglio aveva tuttavia trovato l’articolo
già composto, esattamente come lo avrebbe voluto scrivere. Era
una stroncatura; ed era stato Kane a scriverla per lui. Sarà il
suo ultimo articolo per l’Inquirer, in quanto Kane
lo licenzia con una lauta liquidazione.
Terminata l’intervista con Leland, Thompson si reca a far visita
a Susan, che in un primo momento aveva categoricamente rifiutato di rilasciare
dichiarazioni sulla morte di Kane.
Dopo aver divorziato da lui, Susan aveva lavorato come cantante di varietà
nei night club. Adesso era una donna distrutta dall’alcool.
L’idea di fare la cantante lirica non era stata sua, ma di Kane.
Conosceva benissimo i suoi limiti, ma Kane era sicuro che sarebbe riuscito
a farne una grande artista. Sarebbero bastate delle lezioni di canto e
il potere di persuasione dei suoi giornali.
Susan sapeva di non essere assolutamente all’altezza per la musica
lirica e sapeva anche di rendersi ridicola. Ma Kane voleva a tutti i costi
farne una diva. Non tollerando più questa situazione aveva allora
tentato il suicidio.
Kane avrebbe quindi costruito per Susan una magnifica dimora in Florida,
un vero e proprio castello in cui aveva cercato di renderla prigioniera
del suo egoismo. Ma lei avrebbe avuto infine il coraggio di ribellarsi
e di andarsene.
Al
termine dell’inchiesta, Thompson non è ancora in grado di
stabilire il significato della parola pronunciata da Kane prima di morire.
Forse la risposta si cela tra le mura del suo castello. Qui il cronista
offrirà una ricompensa al maggiordomo per convincerlo a rivelare
quello che sa. E di qualcosa il maggiordomo di Kane è effettivamente
al corrente. Quando Susan se ne era andata, Kane era scoppiato in un eccesso
di collera. Ma poi si era calmato e gli erano salite le lacrime agli occhi.
In mano aveva il fermacarte che stava sulla scrivania del suo ufficio:
una sfera di cristallo, la stessa che aveva prima di morire. Ed anche
allora aveva pronunciato quella misteriosa parola: “Rosebud”
(“Rosabella”).
Il mistero rimane. Mentre la telecamera si allontana dalla dimora di Kane,
così come vi si era indiscretamente introdotta, il mistero viene
tuttavia svelato nella sequenza finale.
Nel castello di Kane, gli operai stanno sbaraccando tutto. Tra gli oggetti
superflui che gli erano appartenuti e che ora vengono destinati al fuoco
della caldaia, c’è anche uno slittino da neve che sta bruciando
nella fornace. E’ lo stesso slittino con cui il piccolo Kane giocava
sulle montagne di casa propria, prima che la madre lo destinasse al collegio.
Sullo slittino compare la scritta “Rosebud”, “Rosabella”:
il segreto di una vita.
Pellicola tecnicamente innovativa per via delle soluzioni che vanno
dall’utilizzo delle riprese con il grandangolo agli effetti chiaroscurali
che ricordano il cinema espressionista tedesco, Citizen Kane
offre numerose novità anche dal punto di vista narrativo, in primo
luogo per il frequente ricorso al flashback. Comparso a pochi mesi di
distanza dallo scoppio della seconda guerra mondiale, il film di Welles
avrebbe avuto un notevole successo di pubblico, nonostante il boicottaggio
attuato dai giornali del gruppo Hearst.
Sul magnate della carta stampata, Charles
Chaplin ebbe tra l’altro a scrivere nella sua autobiografia
quanto segue: “Sulla figura di Hearst le opinioni sono divergenti.
Alcuni affermano che era un sincero patriota americano, altri che era
un opportunista interessato esclusivamente alla diffusione dei suoi giornali
e all’accrescimento della sua fortuna. Ma da giovane fu un uomo
avventuroso e progressista.” ( op. cit. p. 325).
Le parole di Charles Chaplin avrebbero potuto ben essere un epitaffio
sulla tomba di Kane.
Gianfranco Massetti
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