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Si pensi appunto a film come Sciuscià o
Ladri di biciclette, o ancora a Umberto D. ,
realizzato come lo stesso Miracolo a Milano, nel 1951.
Eppure, nel caso di Miracolo a Milano, si deve osservare,
rispetto alla vocazione neorealista dei due autori, una soluzione di continuità,
che offre addirittura lo squarcio di una poetica surrealista.
Probabilmente la chiave d’ interpretazione per comprendere l’anomalia
di questo film si trova proprio nell’analisi di Stefania
Parigi, che nel richiamo al Bruegel dei titoli
di testa intravede un’adesione a quel “realismo fantastico”
di cui la fiaba e il racconto allegorico costituiscono delle forme di
comunicazione “travestita”.
Del resto, nell’Italia dei primi anni cinquanta, in cui il potere
democristiano si era oramai consolidato, la scelta dell’allegoria
era pienamente giustificata. Un anno dopo, in occasione dell’uscita
nelle sale cinematografiche di Umberto D., l’allora
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti,
faceva “appello” alla “responsabilità dei grandi
autori di opere cinematografiche di fronte all’opinione pubblica
che il mondo si fa di noi, del nostro Paese attraverso la visione di esse”
(dichiarazione rilasciata al settimanale “Oggi” del 16 ottobre
1952 e riportata in F. Pecori, Vittorio De Sica, Firenze
1980, p.65). > vedi
Cinema e Censura
Miracolo a Milano veniva accolto tuttavia dal giudizio
ugualmente negativo di progressisti e conservatori, accomunati nel rispettivo
gioco delle parti da un compromesso storico ante litteram. I primi criticano
il film perché lo trovano troppo evangelico e moralmente consolatorio
(tant’ è che in Unione Sovietica ne fu proibita addirittura
la diffusione, in quanto non era in linea con il marxismo-leninismo),
i secondi perché lo giudicano un film eversivo e d’ispirazione
comunista. Ad entrambi gli schieramenti, , ciò che non va probabilmente
a genio è però la scelta di rendere protagonisti di una
commedia cinematografica dei barboni inoperosi e che fanno festa.
Che in Miracolo a Milano non ci fosse alcun incitamento
all’eversione lo dimostra il fatto che il soggetto del film venne
elaborato in un’ epoca e sotto un regime che non consentivano di
questi velleitarismi. Infatti, Zavattini pubblicava il
primo abbozzo del soggetto nel 1940, sulla rivista “Cinema”,
per trasformarlo, tre anni dopo, in un libro per ragazzi edito da Bompiani
col titolo di Totò il buono. In generale, la fiaba
di Miracolo a Milano può essere dunque riconducibile
a quel “buonismo” di Zavattini,
i cui antecedenti sarebbero anche in opere come Parliamo tanto
di me , I poveri sono matti ecc.
Altra questione è, invece, se il volo dei barboni sopra le scope
di saggina (quelle delle streghe, oltre che degli spazzini) sia da ritenersi
o meno “evangelico”, ma nell’Italia del conformismo
politico-sociale di destra o di sinistra esso può essere visto
semmai come una chiaroveggente anticipazione dello slogan “la
fantasia al potere” .

Gianfranco Massetti
Prima parte
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