|
Il ritorno della fenice
Nel 1962, Truffaut comprava i diritti
d’autore del romanzo Il ritorno della Fenice
(la Fenice è il mitico uccello che rinasce dalle proprie ceneri),
dello scrittore inglese Ray Bradbury,
con l’intenzione di farne un film di fantascienza. A proporgli una
rielaborazione cinematografica del soggetto era stato il produttore
Raoul J. Lévy, nel 1960; ma dopo
che Truffaut si era compromesso firmando
con altri intellettuali la dichiarazione di Jean-Paul
Sartre in favore dei soldati disertori in Algeria, Levy non
aveva più dato seguito alla proposta ( cfr. op. cit. pp. 88 e 95-96).
Dopo numerose peripezie, il film ricavato dal romanzo di Ray
Bradbury vedrà la luce soltanto nel 1966 col titolo di Fahrenheit
451 (si tratta della prima pellicola a colori di Truffaut).
Raccontando tuttavia la storia di un medioevo prossimo venturo,
Fahrenheit appartiene quasi impropriamente
ai film di fantascienza, anche perché le concessioni fatte a questo
genere cinematografico sono riconducibili alla citazione di elementi
coreografici di scarsa importanza. Nell’ipertrofia dei mezzi di
comunicazione di Fahrenheit (schermi
televisivi e telefoni abbondano in ogni casa), Truffaut
vuole mostrarci il paradosso della mancanza di comunicazione che
caratterizzerà la società di un futuro che è già presente.
Una
società dove il conformismo e l’assenza di fantasia costituiranno
la regola, precipitando gli uomini nell’indifferenza e nella solitudine.
Sarà, quella del futuro, una società dove, appunto, i sentimenti
verranno banditi e dove l’unico rifugio alla mancanza di affetto
risiederà in un desolante narcisismo.
In questa società, dove il tempo costituisce un eterno presente,
la famiglia esiste soltanto nella dimensione virtuale (la Grande
famiglia del teleschermo) e la scuola è un’istituzione “disciplinare”
a tempo pieno, in cui la psicologia si sostituisce alla pedagogia
(Clarissa deve essere confermata
come maestra dallo psicologo), e i bambini anziché esercitarsi a
leggere e scrivere devono imparare a memoria la tabellina del venti.
Non omologati al sistema, Clarissa
e lo zio sono persone “diverse”, speciali, come dice una loro vicina
a Montag, e lo si nota dal fatto
che sul tetto della loro casa non ci sono antenne televisive. Clarissa
rappresenta l’elemento spirituale ed è la copia specularmene positiva
della moglie di Montag, il suo doppio
interiore (“ Lewis Allen … ha avuto la geniale
idea di far recitare Linda e Clarissa dalla stessa attrice con due
pettinature differenti” F. Truffaut,
op. cit., p. 154).
>> IL FILM |