Altri indubbi meriti di questo film sono da rintracciarsi nella
straordinaria grandiosità delle scenografie messe in scena,
soprattutto nell’episodio babilonese. Spesso tali scelte stilistiche,
tra l’altro mutuate da alcuni kolossal
italiani degli anni ’10,
sono state criticate sia dai contemporanei che da alcuni storici
a causa della loro gratuità.
Non di rado però in queste
critiche si perde la consapevolezza di una delle lezioni più importanti
del cinema definito “primitivo” cioè la straordinaria
capacità dell’immagine filmica di impressionare, di
stupire, di meravigliare, che rappresenta di per sé un valore
primo del fatto cinematografico.
Tuttavia il pregio più vigoroso di Intolerance è probabilmente
l’efficace realismo dell’episodio contemporaneo. È veramente
sorprendente scoprire una tale capacità di indagare il microcosmo
intimo e personale degli umili e la corrispondente abilità nell’inserire
le vicende particolaristiche in un contesto di aspri conflitti
sociali, senza che questi vengano ridotti a puro sfondo né tanto
meno diventino unicamente il pretesto per una facile didattica.
Il dramma della condizione umana è qui indagato con una
tale freschezza di sguardo da fare invidia a molti registi contemporanei.
Se questi sono alcuni dei contributi più significativi – assieme
al consolidamento del lungometraggio come strumento privilegiato
della narrazione filmica - apportati da Intolerance al panorama
cinematografico dell’epoca, non si possono però omettere
i punti di debolezza pure presenti nel film. Primo di tutti, appunto,
la lunghezza della pellicola, veramente eccessiva per le consuetudini
spettacolari del cinema muto: proprio questo fu un
elemento che contribuì all’insuccesso commerciale
del film.
Un
altro fattore che giocò un ruolo importante per acuire il
gap tra costi di produzione e ricavi al botteghino fu certamente
l’inattualità del messaggio umanitario che ne sta
alla base; gli Stati Uniti stavano per entrare in guerra e la vittoria
dell’amore sull’intolleranza, topos pur universale,
poco si rispecchiava negli animi di spettatori pronti a condividere
l’uso delle armi per la risoluzione di conflitti bellici
e sociali.
Da ultimo, ma non in quanto ad importanza, si presenta
il problema della complessità dell’opera e del collegamento
tematico spesso labile fra gli episodi. Questi, infatti, sono stati
realizzati con stili notevolmente diversi cosicché si generi
una sorta di ‘polifonia’ che, seppur talvolta apprezzabile,
sovente ostacola la percezione dell’opera come organismo
unitario e omogeneo.
Nonostante le fragilità appena descritte è però impossibile
non percepire l’incredibile capacità suggestiva di
Intolerance, film in cui Griffith si conferma autore in grado di
destreggiarsi tra eloquenti affreschi sociali e fine scavo psicologico.
E la straordinaria influenza su tutto il cinema successivo fa di
questo film uno dei must per chi intende rapportarsi alla storia
del cinema delle origini.
Marco Santello
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David Wark Griffith -
Nascita
di una nazione (The Birth of a Nation, 1915)