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Stanley Kubrick, Full Metal Jacket - di Gianfranco Massetti
Topolin
Per
Kubrick, il probabile quadro di riferimento è
questa volta quello delle ricerche neurofisiologiche che negli anni
sessanta e settanta hanno studiato i meccanismi chimico-fisiologici
dei comportamenti aggressivi, mettendoli in rapporto con la progressiva
specializzazione degli emisferi celebrali. In questa chiave, il
razionalismo scientifico ed il conseguente sviluppo tecnologico
dell'occidente sarebbero stati veicolati dallo sviluppo delle funzioni
dell'emisfero celebrale sinistro, responsabile della progressiva
"lateralizzazione" della parte destra
del corpo e dello sviluppo dei comportamenti aggressivi. Un veicolo
di queste tesi in versione cinematografica, e pertanto facilmente
fruibile da Kubrick, potrebbe essere stato il film di Alain
Resnais "Mon
oncle d'Amérique", nato all'inizio degli
anni ottanta grazie alla collaborazione col regista francese da
parte del neurofisiologo Henri Laborit.
Ma ritorniamo alle sequenze del film di Kubrick.
Lawrence, nonostante le continue angherie dell'istruttore, che gli
scatena contro gli stessi compagni di camerata, riesce a superare
le dure prove dell'addestramento e a diventare, grazie alla sua
mira infallibile, il tiratore scelto della compagnia. Tuttavia,
l'equilibrio mentale di "palla di lardo" è a tal
punto compromesso dai tanti fattori che hanno contribuito a destabilizzare
la sua personalità che, a conclusione della prima parte del
film, dopo aver ammazzato il sergente con una scarica di pallottole
"full metal jacket", si ucciderà
sua volta sotto gli occhi di Joker. L'inizio del
secondo tempo coincide con la rievocazione dell'offensiva del têt,
sferrata dall'esercito nord vietnamita durante la festa del capodanno
lunare del 1968, ricordato nel film come "l'anno della scimmia".
Joker che è inviato al fronte come corrispondente
di guerra mostra nei confronti delle vicende belliche una coscienza
critica di graduale rifiuto, che si esprime attraverso una serie
di comportamenti "schizofrenici", come ad esempio quello
di portare una spilla col distintivo dei pacifisti e di recare allo
stesso tempo sull'elmetto la scritta "born to kill",
ovvero: "nato per uccidere". Di fronte
ad un colonnello che gli domanda una spiegazione di questo fatto,
Joker si giustifica appellandosi alla teoria junghiana
della "fondamentale ambiguità dell'essere umano",
già argomento di una precedente riflessione che verteva intorno
al significato cosmico del simbolismo dello yin-yang, come sintesi
allegorica di tutti i contrari. In questo caso: maschio-femmina,
destra-sinistra, razionalità-intuizione, aggressività-sottomissione,
guerra-pace, occidente-oriente.
Le sequenze conclusive di Full Metal Jacket mostrano
agli spettatori l'evacuazione delle truppe americane dalla città
di Huè, rasa al suolo dai bombardamenti. Viene qui riproposta,
con la stessa dinamica, ma sul piano dei comportamenti collettivi,
la tragedia che nelle sequenze del primo tempo si era già
inesorabilmente consumata con Lawrence. Joker si
trova assieme ad una pattuglia di soldati statunitensi che, dopo
aver perso l'orientamento, s'imbattono in un cecchino vietnamita.
Due di loro sono uccisi, ma i superstiti, una volta riusciti a snidare
il nemico, scoprono che si tratta di una giovane guerrigliera. Ferita
in modo grave, la ragazza viene finita da Joker
con un colpo di pistola, ed è a questo punto che Joker
e i suoi compagni prendono forse coscienza del fatto che, con l'uccisione
di questa ragazza, è come se avessero ucciso una parte di
se stessi. Il film si avvia, in tal modo, verso la finale "enantiodromia"
(per usare un termine junghiano ricavato dalla filosofia di Eraclito):
la donna considerata tradizionalmente come fonte di vita, a causa
della maternità, si è appropriata, in questo caso,
di uno strumento di morte per recare lo sterminio tra i suoi nemici.
Mentre i soldati si allontanano dalla città in fiamme intonano
malinconici la canzone di "Topolin":
catartico desiderio di regressione verso il mondo della propria
infanzia.
Gianfranco Massetti
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