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Manifesto del film

Fotogramma
del film

Akira
Kurosawa
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Rashômon
di Massetti Gianfranco
Un
monaco buddista ed un boscaiolo sono reduci da un processo per l'omicidio
di un samurai. Per ripararsi dalla pioggia incessante che si sta abbattendo
su di loro, si sono rifugiati sotto la decrepita porta di Rashô,
che sorge a Kyoto, un tempo capitale dell'impero nipponico. Qua
sotto, i due si scambiano le reciproche perplessità intorno alle
deposizioni dei protagonisti della vicenda. Al loro dialogo si aggiunge
anche un viandante, lì sopraggiunto, al quale illustrano la vicenda.
L'accaduto viene così rievocato attraverso una serie di flashback
che corrispondono alle deposizioni dei testimoni.
Un samurai stava attraversando il bosco con la sua giovane sposa, ed al
loro passaggio il bandito Tajomaru, che dormiva nei pressi del
sentiero, si era improvvisamente destato. Il vento aveva sollevato il
velo della donna, e, alla vista del suo splendido viso, Tajomaru era stato
colto dal desiderio di possederla.
Egli aveva così inseguito la coppia e, con l'inganno, aveva indotto
il samurai ad addentrarsi nel folto degli alberi, mentre la sposa era
rimasta sola ad attenderlo sul sentiero. Quindi, disarmato e legato il
samurai, Tajomaru aveva raggiunto la donna invitandola a seguirlo
nel bosco, dove il samurai, secondo le sue affermazioni, avrebbe avuto
un incidente. Quando la donna si era trovata di fronte allo sposo legato
ad un albero aveva avuto una reazione di rabbia: aveva cominciato ad insultarlo
e ad irridere le sue presunte capacità di samurai. Poi aveva estratto
un pugnale e si era avventata contro Tajomaru, il quale si era
ancor più eccitato. Così, dopo una breve schermaglia, la
donna si era arresa, consenziente al bandito.
Ottenuto ciò che cercava, Tajomaru si apprestava ad andarsene,
quando la donna lo avrebbe scongiurato di salvare il suo onore battendosi
col marito, per decidere con un duello a chi dei due dovesse appartenere.
Tajomaru aveva perciò sfidato l'avversario e lo aveva lealmente
battuto, ma la donna era nel frattempo fuggita.
Questa è la deposizione del bandito, o meglio, il suo punto di
vista relativamente allo svolgimento dei fatti: egli sa che deve morire
e cerca soltanto di attribuire la colpa morale dell'uccisione del samurai
alla donna, presentando se stesso come un valoroso guerriero in grado
di vincere un campione di arti marziali.
La confessione della donna smentisce completamente la versione del bandito.
Disonorata in presenza del suo sposo, dopo che Tajomaru era fuggito,
dice di essersi affrettata a liberare il samurai, che invece di offrirle
conforto e comprensione si era rinchiuso in un muto disprezzo nei suoi
confronti. In lui non c'era nemmeno rabbia, solo disprezzo: più
volte la donna aveva scongiurato il marito di ucciderla, non riuscendo
a sopportare il gelo del suo sguardo; ma quello era rimasto immobile come
una statua. Sarà dunque lei ad uccidere il samurai, quasi per sbaglio,
crollandogli addosso, svenuta, e affondando così la lama del coltello
che impugnava.
Pur di salvare il proprio onore, la donna mente, al pari di Tajomaru,
e accusa se stessa dell'omicidio, scusandosi col tribunale di non avere
avuto il coraggio di uccidersi.
Interdetti, i giudici non sono in grado di stabilire come siano veramente
andate le cose. Pertanto, decidono come estrema ratio di convocare una
strega per evocare lo spirito del samurai e sapere la verità da
lui direttamente; sennonché un onore da difendere lo avrà
anche quest'ultimo.
La versione dello spettro è che la donna, dopo aver sedotto Tajomaru,
lo aveva istigato ad uccidere il samurai. Sorpreso da tanta ferocia, il
bandito lo avrebbe invece liberato, rimettendo la sorte della donna nelle
sue mani. A questo punto, mentre la donna fuggiva, inseguita da Tajomaru,
il samurai avrebbe fatto harakiri con il pugnale di lei.
Quest'arma dalla preziosa impugnatura non è stata però rinvenuta
sul corpo del samurai. Che fine ha fatto? Chi è che ha tolto il
pugnale dal suo corpo? Lo spettro non è in grado di rispondere
alla domanda, sa tuttavia che qualcuno quel pugnale l'ha tolto.
A questo punto interviene però una quarta testimonianza. Quella
del boscaiolo sotto la porta di Rashô. Lui sa come sono andate
le cose. Era presente e di nascosto ha osservato tutta la vicenda.
I fatti si sono svolti in un modo assai più meschino di quanto
i tre abbiano voluto far credere. Infatuato dalla donna, Tajomaru
le avrebbe chiesto umilmente di abbandonare il samurai per andare con
lui. Sfidato dal bandito, il samurai avrebbe rifiutato di battersi, considerando
sua moglie alla stregua di una sgualdrina. Così, di fronte all'ignobile
comportamento dei due spasimanti, la donna li avrebbe aizzati a sostenere
un ridicolo duello di fughe e scorrettezze reciproche, dove il samurai
avrebbe addirittura implorato la propria salvezza prima di morire.
La donna che aveva comunque respinto il vincitore sarebbe poi fuggita
, mentre l'infortunato Tajomaru ritornava sui suoi passi per recuperare
le armi del samurai.
Sotto la porta di Rashô si sente un vagito: è un bimbo,
avvolto in povere coperte, che è stato abbandonato da qualcuno.
La pioggia è cessata e il viandante, che si è furtivamente
impossessato delle coperte del bambino, si avvia per la propria strada.
Il boscaiolo vorrebbe fermarlo, ma quello lo colpisce con un ceffone e
lo accusa di essere stato lui a rubare nel bosco il prezioso pugnale della
donna: è per questo che non ha reso la propria testimonianza davanti
al tribunale, non per evitare di essere compromesso, come aveva detto.
Umiliato, il boscaiolo si mette da parte, senza più una parola.
Poi, si avvicina improvvisamente al monaco, che tiene il bambino fra le
sue braccia, e si offre di prenderlo con sé : ha già sei
figli ed uno in più non farà differenza.
Il monaco che aveva dichiarato all'inizio del film di avere perso la propria
fiducia nell'umanità ritorna a sperare.
Si è scritto che Rashômon risente molto della passione
di Kurosawa per Pirandello. Tuttavia, questa favola medievale,
che si rifà ad un racconto dello scrittore Ryunosuke Akutagawa,
riflette soprattutto i principi della tradizione orientale.
Il film di Kurosawa si apre con la morte del samurai e finisce
coll'episodio del trovatello: inizio e fine, nascita e morte si alternano,
secondo il ciclo che i buddisti definiscono come samsara.
In Rashômon, però, ritroviamo anche il dramma del
moderno relativismo, che sfocia nella negazione nichilistica del valore
epistemico della verità. L'origine di questo dramma risiede nell'amor
proprio degli individui e cioè in quella egocentrica enfatizzazione
dell'Io che sta all'origine dell'egoismo.
Rashômon è la traduzione cinematografica di questo
dramma: una tragedia dell'egoismo che si fa menzogna, anche quando cerca
di ristabilire la verità, come nel caso del boscaiolo. Soltanto
l'illuminazione può salvare l'uomo dalle bugie di questo mondo,
ed è nel gesto di incondizionata solidarietà umana del boscaiolo
che questa illuminazione si rivela al termine del film.
Si badi bene che non si tratta tuttavia del principio di carità
cristiana, ma di un atto che rivela la conquista del Sé, rappresentato
in modo simbolico dal bambino privato persino dei suoi umili panni.
Massetti Gianfranco Janmas@libero.it
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