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Dodes ka den

 

 

 

 

Dodes ka den, Akira Kurosawa - di Gianfranco Massetti [pag.1] [pag.2]

 

Siamo in Giappone alla fine degli anni cinquanta, in una bidonville situata alla periferia di una grande città, dove spesso il confine tra sogno e follia diventa molto sottile ed alcune volte drammatico. Pochi episodi di vita quotidiana bastano a Kurosawa per raccontare questa follia che attraversa non una comunità di poveri disgraziati, ma la specie umana nel suo complesso, la cui esistenza è appunto paragonata alla vita dei baraccati.

Al grido di Dodes ka den, un ragazzo, prigioniero delle sue fantasie infantili, tutti i giorni, percorre, da mattina a sera, sotto qualsiasi intemperie, i sentieri della bidonville. Dodes ka den è il suono onomatopeico dello sferragliare del fantomatico tram guidato da Rokuchan su inesistenti binari; un tram che rappresenta in assoluto la follia di una civiltà che imprigiona le azioni dell’intero genere umano, anche se il racconto di Kurosawa ci mostra, in fin dei conti, che questa follia e la conseguente infelicità dell’uomo sono parte integrante non di una civiltà, ma dell’intera condizione esistenziale umana. Emblematica è, ad esempio, la storia dei due amici ubriaconi che cercano di trovare una soluzione alle loro beghe coniugali scambiandosi mogli e case. La situazione regge per qualche tempo, ma entrambi devono ben presto tornare a colmare le proprie pene riempiendosi di sakè, e una mattina si risvegliano dalla sbornia di nuovo accanto alle rispettive consorti.

L’insoddisfazione dell’uomo per la propria sorte è del resto palese anche in due episodi che vedono protagonista Tamba, il cesellatore di gioielli, trasfigurato per l’occasione in una sorta di demiurgo. Un amico gli chiede aiuto per uscire dalla situazione di angoscia in cui si trova. Dopo la guerra ha perso tutto quanto: moglie, figli, concubine e averi. Vorrebbe soltanto mettere fine ai propri giorni per far cessare ogni sua sofferenza. Come rimedio, il cesellatore procura all’uomo, la polvere di arsenico di cui si serve per pulire i gioielli. Ma quando l’amico ingerisce il veleno gli ricorda che con la sua morte moriranno non solo le sue pene attuali ma anche tutti i più bei ricordi del suo passato. L’uomo allora si ravvede e dichiara di non aver mai chiesto di morire, accusa il cesellatore di averlo voluto assassinare e si rasserena soltanto quando apprende di aver bevuto un semplice digestivo.

Peraltro, nessuno può sfuggire al proprio destino. Il ladro che il cesellatore perdona per il furto compiuto in casa sua finisce, per un altro motivo, nelle mani della giustizia e a dispetto dell’alibi che avrebbe avuto se il cesellatore lo avesse accusato. Eppure c’è anche chi del proprio destino non si lamenta, accontentandosi suo malgrado di ciò che ha avuto in sorte. E’ il caso dell’impiegato che vive con una moglie scorbutica ed arrogante. Egli ha somatizzato le sue disgrazie in qualche decina di tic nervosi. Quando una sera rientra dal lavoro con dei colleghi che invita a cena, la moglie lo apostrofa dalla cucina dicendogli di avere portato con sé degli scrocconi. Alle parole di accusa che salgono contro di lei da parte di uno degli ospiti, offesi ed imbarazzati da questo comportamento, il marito risponde con una veemente difesa della donna il cui carattere forte gli ha permesso di sopravvivere nei duri anni del dopoguerra quando non c’era lavoro ed era lei a procurargli di che vivere. Del proprio destino, non si lamenta neppure il confezionatore di spazzole. Lavora tutto il giorno con diligenza e precisione per dar da mangiare a una nidiata di figli, mentre la moglie se la fa con tutti maschi del vicinato ed è di nuovo incinta. Quando i ragazzi gli riferiscono che la gente rinfaccia loro di non essere figli del loro padre, li rassicura dicendo che l’importante è sentirsi figli di qualcuno e non esserlo veramente, dal momento che nessuno può avere mai certezza della paternità. S’impara a sopravvivere morendo un po’ a se stessi ogni giorno, accettando il destino di un progetto di vita che non ci appartiene. Diversamente, l’unico rifugio è la pazzia o la morte. Hei – san ha scelto quest’ultima.

La moglie lo ha tradito e lui si aggira ora tra i baraccati come un morto vivente. I suoi occhi guardano nel vuoto e le sue labbra non sono più capaci di pronunciare parola. Non teme minaccia da nessuno, perché minaccia è il suo volto, dove si specchia la morte. Sua moglie riesce a rintracciarlo e si reca da lui. Gli chiede perdono, vuole essere riaccolta. Ha capito il suo sbaglio. E’ stata una debolezza che lei stessa ha amaramente scontato nei confronti di sua madre, che non l’ha mai perdonata, e di lui che si è chiuso in quel mutismo incomprensibile e raggelante. Lasciando, alla fine, la baracca di Hei–san, la donna vede lì accanto un albero senza vita e capisce che ormai quell’albero è suo marito.
segue...

Dodes ka den, Akira Kurosawa