activcinema

Dodes ka den

 

 

 

 

Dodes ka den, Akira Kurosawa - di Gianfranco Massetti [pag.1] [pag.2]

 

Diverso è invece il mutismo della rassegnata infelicità di Katsuko, una giovane adolescente allevata dalla zia materna. Il marito di questa è un parassita ubriacone. Mentre zia e nipote lavorano a confezionare fiori di carta, lui passa tutto il tempo a bere sakè. Dopo che una malattia costringe sua moglie al ricovero in ospedale, l’uomo con dei discorsi ricattatori fa in modo che il lavoro di entrambe ricada interamente sulle spalle di Katsuko, la quale deve anche occuparsi delle faccende di casa. Schiavizzata dal suo tutore che la costringe anche a dei rapporti intimi, Katsuko trova solidarietà nel ragazzo che lavora al negozio di sakè, il quale ha intuito come stanno le cose. Ma lei continuerà a tacere anche quando la zia torna dall’ospedale e scopre che è rimasta incinta. Quando Katsuko darà una coltellata al garzone del negozio di sakè la verità viene a galla. La polizia insiste nel voler interrogare lo zio di Katsuko, che perciò si dà alla fuga.
Qualche tempo dopo, Katsuko spiegherà al garzone le ragioni del suo accoltellamento: quel giorno aveva deciso di uccidersi, ma incontrando il ragazzo e temendo che dopo questo suo gesto avrebbe finito per dimenticarla non era riuscita a trattenersi dallo sfogare la propria rabbia su di lui. Dove la follia e la morte s’incontrano è, invece, nella storia di un giovane padre che vive della mendicità del proprio figlio ancora bambino. La gente lo giudica troppo orgoglioso, ma invece è solo una persona timida. Abita all’interno di una carcassa di automobile, ma, nella sua fantasia, egli progetta case ideali, con parchi e piscine, dove sogna di andare ad abitare con il figlio, che ogni sera fa il giro dei ristoranti della città per raccogliere qualche avanzo di cui cibarsi. Mentre l’uomo illustra i suoi progetti al bambino, questi muore di dissenteria per avere ingerito del pesce avariato. E’ una storia commovente e implicitamente allusiva. A comprenderla, ci aiutano le parole dei due protagonisti:
“…noi giapponesi – dice il padre – abbiamo sempre avuto l’abitudine di costruire le case in terreni bassi o magari nelle valli, tra le montagne o nei boschi, sui bordi dei laghi” “Sì, è vero. – conferma il bambino – Io ho visto dei quadri, una volta, in un posto, dove erano disegnati dei paesi con gente diversa da noi, e lì le case erano tutte in alto, invece da noialtri le case, di solito, le fanno in basso.”
“ C’è anche una ragione di questo fatto qui, sai? – riprende il genitore – In Giappone abbiamo terremoti, i grandi tifoni, le case di legno sono molto fragili e vengono facilmente distrutte, specialmente se si trovano in luoghi alti. E quindi i nostri antenati fecero le loro case in basso, perché fossero più al sicuro. Però, vedi, questa non è l’unica ragione. Noi giapponesi amiamo di più la luce morbida e diffusa, piuttosto che quella violenta del sole. Alla crudezza del sole, noi preferiamo l’ombra, e poi a noi piace, sopra ogni cosa, vivere in mezzo alla natura. Ecco, è per questo che non siamo mai riusciti ad adattarci alle case di pietra.” “Sì, è giusto. – conferma il bambino – Neanche a me piacciono le case di pietra. Sono troppo fredde …”
“ Comunque, non dobbiamo però dimenticare una cosa. – prosegue suo padre – E’ vero che ci piacciono le case di legno, ma questa non è affatto una buona ragione. Per questa nostra tradizionale preferenza, rischiamo di restare gente debole, senza vere e profonde capacità di resistenza. Gli stranieri sono duri e aggressivi principalmente perché da tempo vivono, a differenza di quello che facciamo noi, in grandi case fatte di pietra e di cemento … Ma adesso è venuto il momento di costruire la nostra casa. Noi dobbiamo pensare al nostro futuro, al nostro e a quello dei tuoi figli e naturalmente a quello dei tuoi nipoti e pronipoti …”

Queste parole si chiudono con un cambio di scena, dove vediamo Rukochan rincasare al tramonto, al grido sempre più forte di dodes ka den, che assume il significato di una manifestazione di sofferenza per una richiesta di aiuto del tutto vana. Come non cogliere in questo episodio una polemica nei confronti del Giappone moderno che mentre avvelena i suoi figli promette le grandi conquiste della civiltà industriale a future generazioni che non potranno esserci! Come non cogliere nelle parole che Akira Kurosawa dona ai protagonisti del suo film un messaggio ecologista, permeato della sensibilità e della saggezza orientali di questo discendente di samurai!
Dodes ka den home

Dodes ka den, Akira Kurosawa