Mario
Monicelli, uno dei più importanti registi cinematografici
della “commedia all’italiana”, ha sempre avuto
una particolare attenzione per l’evoluzione del costume e dei problemi
sociali del paese, di cui i suoi film rappresentano uno spaccato.
Dopo avere esordito, nell’immediato dopoguerra, con le farse di Totò,
verso la fine degli anni ’50, il regista toscano ha impresso a questo
genere cinematografico una svolta epocale con la realizzazione de
I soliti ignoti. Ma tra le opere più importanti di Monicelli, non è da
dimenticare un film come La
Grande Guerra che, pur distante dall’antibellicismo kubrickiano
di Orizzonti di gloria, ha il merito di parlare
della guerra del ‘15-‘18
in modo non convenzionale, presentando il conflitto sotto una luce
di demistificazione ideologica che avrebbe non poco irritato la
parte politica più retriva del paese. Ne è prova la campagna di
stampa orchestrata per impedire di ultimare la lavorazione del film,
alla quale si accompagnò addirittura un’interpellanza in Parlamento
del movimento sociale italiano. Al successo de La Grande Guerra
, che si aggiudica il Leone d’Oro al Festival di Venezia, a pari
merito con Il generale Della Rovere di Rossellini,
si contrappone invece la scarsa fortuna che il regista riscuote
con I compagni , ricostruzione storica degli esordi delle lotte
operaie di fine ottocento, il quale non è probabilmente in sintonia
con i gusti del pubblico dell’Italia del miracolo economico e soprattutto
con la politica moderata del “centrosinistra”, la nuova formula
di governo inaugurata proprio nello stesso anno in cui esce l’opera
di Monicelli.
Film commercialmente riusciti sono al contrario: Brancaleone,
Brancaleone alle crociate, Amici miei ed Amici miei parte seconda,
che sfumano progressivamente dalla farsa goliardica ad una comicità venata
dall’amarezza per il tempo perduto, riflettendo, a loro modo, speranze
e delusioni della società italiana a cavallo tra il periodo della
contestazione e le grigie atmosfere degli anni ottanta.
Del 1986,
Speriamo che sia femmina intravede tuttavia un possibile riscatto
della dimensione utopica e della capacità di progettare futuri mondi
alternativi nel vagheggiamento di una società bucolica dominata
da valori di solidarietà al femminile.
Un borghese piccolo piccolo, ricavato dal romanzo omonimo di Vincenzo
Cerami,
risale invece al 1977. E’ la storia di un modesto impiegato del
ministero del lavoro, interpretato in modo magistrale da un insolito
Alberto Sordi, che per la circostanza viene consegnato al ruolo
di un personaggio drammatico, ma non per questo meno suo.
Giovanni Vivaldi, è questo il nome del protagonista, è l’affezionato padre di Mario, un giovane dall’aspetto poco brillante che, avendo recentemente conseguito il diploma di ragioneria, affida il proprio futuro ai concorsi della pubblica amministrazione. Il padre che lo vorrebbe, come lui, impiegato in un ufficio del ministero confida questa speranza al direttore Spaziani, suo superiore, il quale gli indica una possibile strada per realizzare le ambizioni del figlio: deve affiliarsi alla massoneria. Vincendo la propria diffidenza nei confronti della setta, Vivaldi partecipa ad un ridicolo rituale “iniziatico”, al termine del quale scopre con sua grande sorpresa di essere sempre stato l’unico impiegato non massone del ministero del lavoro.
Subito dopo, scatta la solidarietà della “fratellanza”. Spaziani sottrae proditoriamente i titoli delle prove d’esame per il concorso di selezione del personale del ministero, a cui deve partecipare il figlio di Vivaldi, e quindi, in una scena altrettanto farsesca come quella dell’iniziazione, li recapita personalmente al collega con la massima circospezione e “segretezza massonica”.
Il giorno dell’esame, Vivaldi accompagna il figlio, che per ogni eventualità ha portato con sé addirittura un campionario di penne a sfera. Mentre i due si trovano in strada, alcuni rapinatori che assaltano il banco dei pegni si aprono la fuga con una sparatoria, e senza nemmeno accorgersene Vivaldi lascia sull’asfalto suo figlio, che viene colpito da un proiettile vagante.
Con la morte di Mario è come se a Vivaldi il mondo fosse crollato addosso.
La sua unica ragione di vita era il figlio ed ora che lui se n’è andato e che la moglie è rimasta paralizzata su una carrozzina, a causa dello shock subito per la sua perdita, non gli resta altro che chiedere la pensione, per meglio aver cura della donna.
Convocato un giorno al commissariato di polizia per identificare l’assassino del figlio, che aveva fatto in tempo a vedere a viso scoperto per qualche secondo, Vivaldi finge di non riconoscerlo, ma dopo averlo pedinato a bordo della sua auto lo stordisce con il cric e lo porta fuori città.
Vivaldi rinchiude così il malvivente nel capanno di campagna dov’era solito recarsi a caccia.
Dopo aver sottoposto il giovane a sevizie, lo mostra quindi agonizzante alla moglie, che davanti a questa scena raccapricciante proverà il suo ultimo dispiacere, prima di morire. Legato al collo con un filo di ferro, l’assassino di Mario finisce per essere “garrottato”, e Vivaldi pensa così di aver reso giustizia a se stesso e alla società.
Dietro l’innocuo aspetto di un anziano pensionato, tempo dopo, egli sarà di nuovo
pronto a tirar fuori la grinta del giustiziere. La vittima è stavolta un giovane
arrogante che gli fa uno sgarbo…
Sostanzialmente privo di un giudizio o di una condanna
ideologici, Un borghese piccolo piccolo rappresenta piuttosto una
critica di costume rivolta ad un intero paese dove la dimensione del
sociale sembra assente, essendo ad essa sostituita la pratica della
raccomandazione, che accompagna gli individui dalla sala parto al
loculo del cimitero. Così, la “fratellanza
massonica” si esaurisce nel ristretto ambito di un gruppo di impiegati
dello stesso ufficio ministeriale, a garanzia di un sistema chiuso di caste e
di rapporti feudali, oramai privi di un medioevo e di un’autentica aristocrazia,
peraltro mai veramente esistita. Un sistema che lascia agli esclusi ben poche
alternative, comprese quelle che si possono sempre giustificare ricorrendo a
qualche teoria del Lombroso. Sull’opposto versante, Vivaldi non sembra affatto
un caso patologico, ma tutt’al più il prodotto di una patologia che fa parte
del dna della nazione. Testimonianza del modo di essere e di pensare dell’italiano
medio degli anni settanta, Un borghese piccolo piccolo ci aiuta anche a comprendere
l’attualità, scavando nelle piccole e quotidiane miserie del costume nazionale.
Gianfranco Massetti