In una grande cascina della campagna bergamasca abitano tra l'autunno
del 1897 e la primavera del 1898 diverse famiglie di mezzadri. A quella
dei Batistì ( Giambattista) si
è appena aggiunta una nuova bocca da sfamare, una nuova creatura
che i genitori, nonostante la povertà, accolgono con semplice
gioia. La vita dei mezzadri si svolge secondo i riti consueti, scanditi
dal trascorrere delle stagioni e delle attività agricole. Il
lavoro è duro e non sempre il contratto di mezzadria ricompensa
i contadini delle proprie fatiche; così,qualche volta, al momento
di consegnare il raccolto, diventa lecito barare sul peso. Batistì
è anche padre di un altro figlio, Minek
(Domenico), in età per essere affidato alla scuola elementare.
A convincere Batistì di mandare il bambino a scuola è
don Carlo, il prete che si occupa dei contadini. La legge
Coppino del 1876 aveva sancito l'obbligo dei primi tre anni di
scuola, ma il "paese legale" e il "paese reale"
erano, anche da questo punto di vista, due realtà ben diverse:
l'analfabetismo era ampiamente diffuso al Nord come al Sud Italia, e
mandare i propri figli solo a imparare a leggere e scrivere costituiva,
soprattutto per i contadini, un lusso. Per Minek andare a scuola, oltre
che un lusso, è anche una fatica, in quanto deve fare ogni giorno
un lungo cammino attraverso i campi.
Con Batistì, nella cascina, ci abita anche
una donna vedova, madre di sei figlioli, la maggior parte piccoli. Il
prete cerca di convincerla a mandare al brefotrofio i due più
piccini, ma il figlio maggiore, a cui chiede consiglio, le manifesta
la sua contrarietà. Col lavoro di quest'ultimo e il suo lavoro
da lavandaia tireranno avanti, sfruttando anche le risorse di nonno
Anselmo che, in mancanza della previdenza sociale, si arrangia a coltivare
i pomidori nell'orto, da vendere in paese come "primizie".
La vedova possiede anche una mucca, ma quando le si ammala, durante
l'inverno, e il veterinario le dice che bisogna ucciderla, se la vede
brutta. Fortuna che c'è sempre l'appello al Cielo ed a una fede
che, nonostante il latente paganesimo, viene immancabilmente premiata:
il miracolo si verifica e l'animale guarisce.
Alla fiera del paese, Finardo,
un altro mezzadro che abita nella cascina, trova un marenghino d'oro
che decide di nascondere ai famigliari, celandolo all'interno dello
zoccolo del proprio cavallo. Quando un giorno va per riprenderlo, il
marenghino è però scomparso e l'uomo si avventa allora
contro il cavallo, che si imbizzarrisce e gli fa prendere un tremendo
spavento. La fortuna se n'è già andata, proprio così
com'era inaspettatamente venuta, il povero Finardo si mette a letto,
malato, ed una donna deve venire a "segnargli
i vermi".
La storia di Maddalena e Stefano
è invece quella di due fidanzatini, che lavorano alla filanda.
I due si sposano e si recano in viaggio di nozze a Milano, scendendo
su di un barcone il corso dell'Adda. A Milano, li attende la zia di
Maddalena, che è suora all'istituto degli esposti della città.
Ma assieme alla zia li attendono anche le cannonate di Bava
Beccaris, in quanto giungono a Milano proprio nei giorni della
rivolta del "caro pane". Quando ritornano alla cascina hanno
con sé un fanciullo, affidato loro in adozione dalla zia suora:
a questo mondo ci si deve soccorrere a vicenda, il bambino avrà
dei genitori e i due sposini, a San Carlo e a Santa Croce, riceveranno
per il suo mantenimento una piccola rendita, fino a quando non sarà
grandicello.
La vita in cascina è anche quella della macellazione del maiale
o quella del filò, con cui durante le sere d'inverno ci s' incontra
nella stalla, al tepore degli animali, per raccontare qualche storia
o recitare il rosario.
Questo
mondo Minek lo dovrà tuttavia abbandonare. Un giorno, uscendo
da scuola, rompe uno dei suoi zoccoli, e Batistì, per fargliene
uno nuovo, va a tagliare un albero sulla riva del fosso che bagna i
campi del padrone. Questi dopo avere scoperto il furto lo caccia dalla
sua proprietà. Prima dell'alba, Batistì dovrà lasciare
la cascina.
Se ne andrà la sera col suo carro, dove ha caricato le sue misere
cose, la moglie, il bambino appena nato, la figlia piccola e Minek.
Con grave mestizia, gli altri contadini li osservano allontanarsi, fino
a quando non vengono inghiottiti dal buio, e dall'assenza di storia
degli sconfitti.
Quello di Olmi è un film eroico e che parla
al cuore delle persone. Interamente interpretato da attori non protagonisti,
nella versione originale si presenta in dialetto bergamasco, coi sottotitoli
in italiano. Il mondo che Olmi descrive
in modo realistico è l'ambiente delle campagne bergamasche di
fine ottocento, un mondo filtrato dai racconti della nonna materna,
originaria di Treviglio, e certamente da lui idealizzato, ma pur sempre
corrispondente all'autentico modo di essere dei contadini di quella
terra e di quel particolare periodo storico. Quello che Olmi
ha voluto descrivere è un mondo che appartiene ancora all'epoca
preindustriale, dove presumibilmente le macchine della filanda in cui
lavorano i due sposini sono mosse, piuttosto che dal vapore, dall'energia
idraulica delle rogge e dei fiumi. E' un fatto che la capacità
totale dell'energia misurata in cavalli vapore delle macchine impiegate
in Italia in processi di lavorazione industriale si aggiri, ancora nel
1896, intorno alla metà di quella prodotta nella Russia di Nicola
II, e sia addirittura l'ottava e la dodicesima parte di quella prodotta
rispettivamente in Inghilterra e negli Stati
Uniti (cfr. D. S. Landes, Prometeo liberato,
trad. it. Torino, 1978).
Che peraltro Olmi, figlio
di un macchinista ferroviere, preferisca rappresentare il viaggio di
nozze dei due sposini a Milano attraverso il barcone che discende la
corrente dell'Adda è, tuttavia, sospetto. Può darsi, pertanto,
che prima di porsi il problema di una descrizione realistica della storia,
a guidarlo nella sua ricostruzione di quel mondo siano piuttosto motivazioni
di carattere sentimentale.
I
contadini di Olmi sembrano muoversi all'interno di un universo "preindustriale",
ordinato secondo i principi della meccanica newtoniana, un cosmo che
rappresenta un perpetuo mobile, dove le creature sono coestese al loro
artefice e sono come lui immutabili ed eterne. In esso, non trova cittadinanza
non solo il secondo principio della termodinamica, formulato nelle Reflexion
di Sadi Carnot, ma neanche la legge di
Rudolf Clausius sulla non conservazione
dell'entropia. L'universo dei contadini di Olmi
è dunque interamente reversibile, ed è per questo che
dalla cacca possono crescere i pomidori di nonno Anselmo e possono verificarsi
miracoli, come quello della guarigione della mucca.
In una intervista rilasciata nel 1979 a Gian
Piero Dell'Acqua ( L'albero degli zoccoli,
Milano, 1979), il musicologo Cesare Bermani
ha osservato:"Nell'albero degli zoccoli ci sono tre stagioni, non
quattro. Manca l'estate, che è la stagione più gioiosa,
più sbracciata, più calda di nome e di fatto." (p.
26). Ma bisogna dire che l'estate è anche quella stagione che
sembra costituire una verifica della legge di non conservazione dell'entropia.
In effetti, alle stagioni solstiziali, Olmi
preferisce le mezze stagioni, le stagioni degli equinozi, legate alla
cultura matriarcale, in cui la durata del giorno e della notte sono
equivalenti e anche l'entropia sembra mantenersi.
Vincitore della palma d'oro a Cannes nel 1978,
il film di Olmi è apparso in un
anno cruciale della storia politica del nostro paese, che da quel momento
avrebbe imboccato con più decisione la strada della modernità.
Se l'essenza della modernità risiede nel nichilismo, quello di
Olmi non vuole essere, tuttavia, un film
anti-moderno, e quindi riconoscersi nei valori tradizionali in forma
di negazione della negazione, elevando alla potenza di due l'essenza
del nichilismo, che rappresenta una non-essenza. Esso sembra aspirare,
invece, ad essere un film non-moderno, e cioè non omologabile
al comune sentimento della modernità come destino ineluttabile
o non rettificabile dell'esistenza umana.
Gianfranco
Massetti
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