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"Gosford
Park", tuttavia, rappresenta il ritorno ad una visione
cinica e amara della realtà; non quella odierna, ma quella
di inizio anni '30, per la riproduzione di un'epoca che il regista
ricostruisce alla perfezione, attraverso quell' occhio attento che,
già con "Kansas city", aveva guardato al
passato; riproduzione - raffinata e precisa- non solo di usi e linguaggi
di disomogenee tipologie sociali , bensì anche di interni
(l'arredamento) e particolari (i costumi ma anche le luci) che sono
lo specchio di un opulento "modus vivendi".
Siamo nel 1932 e, nelle campagne inglesi, Sir Wallace
ospita parenti e amici per un week-end da trascorrere tra battute
di caccia, banchetti , chiacchiere e pettegolezzi; un week-end che
si rivelerà risolutore per tanti, sia poveri che ricchi.
In molti cercano di accattivarsi le simpatie del burbero padrone
di casa ma tutti o quasi, allo stesso tempo, hanno un buon motivo
per vederlo morto. Del resto i tanti vizi e le poche virtù
dell' abbiente Wallace sono noti tanto agli invitati quanto alla
servitù. Così un tranquillo week-end all' insegna
del "dolce-far-niente" si macchia, improvvisamente, di
mistero.
Altman accenna soltanto all' elemento delittuoso senza prenderlo
troppo sul serio, affidando il caso ad un ispettore di Scotland
Yard che altro non è se non una simpatica macchietta; l'omicidio,
del resto, si fa pretesto per evidenziare il cinismo che serpeggia
tra i presenti, e per stigmatizzare ogni reazione- indifferente
o divertita- alla morte di una persona odiata, al fine di definire,
a tutto tondo, ogni personaggio che compone questo improvvisato
jet-set.
Insomma, una versione in costume di "America oggi",
solo camuffata da "Invito a cena con delitto",
lontana da qualsiasi velleità di giallo enigmatico. Indubbiamente,
ciò che davvero rileva, in questa pellicola, è la
rivisitazione, senza sconti, di un' epoca in cui il nobile ordina
e il valletto obbedisce; c'è di tutto nell'affresco di Altman:
l' affermato attore di cinema del periodo, Ivor Novello (pensate
alla versione antenata di Dean Martin!), un produttore americano,
un finto servo; e, ancora, chi è ricco con i soldi altrui,
chi - ricco - lo è davvero; chi, in fondo non lo è
mai stato e chi di lì a poco non lo sarà più.
Un nucleo di nobili alla deriva; ognuno di loro con una pretesa
o un capriccio, uniche occasioni di incontro tra due mondi- quello
aristocratico e quello "servile"- che, ben poche volte,
si imbattono l'un nell'altro.
E, ancora, una schiera di maggiordomi, cameriere, cuoche, sarte,
servette, accompagnatori: persone che valgono così poco da
perdere la propria identità (emblematico il fatto che ai
domestici, nelle cucine, venga dato il nome del signore che debbono
servire); chi - dalla vita - deve ancora imparare molto, chi invece
di essa ha già assaporato il gusto più amaro; chi
ha segreti da custodire e chi vuol regolare i conti col passato;
chi è stato sfruttato e chi abbandonato; tutti lì
a parlare dei propri padroni; a vivere di vita altrui ;a guardare,
attraverso una porta socchiusa, ciò che loro non potranno
mai permettersi.
Altman mette in evidenza le differenze di classe, spostandosi
continuamente dal punto di vista del signore a quello del suo valletto,
senza risparmiare niente a nessuno evitando, tuttavia, quella che
poteva essere una facile e retorica divisione tra buoni e cattivi.
Il regista imbocca i propri personaggi con dialoghi arguti, affidandosi
a un cast di grande esperienza e professionalità che dà
vita a quella coralità di soggetti che è vero marchio
di fabbrica del regista. Insomma, puro Altman al cento per cento:
acuto, sincero, diretto; solo un po' più garbato, proprio
come un vero lord inglese.
Manuel Monteverdi
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