Beautiful mind
Una storia di lucida follia di Maria Malandra
Il
protagonista, genio e folle, che lotta tra sogni e realtà
senza un confine netto, anzi si può dire che sfocia nel delirio
paranoico di chi non è di questo mondo e vede le persone
come incastri di banalità da ricondurre a un'equazione semplice,
troppo semplice. Le dinamiche caotiche dei piccioni che si affollano
voraci attorno alle briciole sono più interessanti dei dialoghi
delle persone che lo circondano. Un po' come chi scrive fa con le
parole, io per esempio traduco in frasi le cose che vivo, la gente
che incontro perché è l'unico modo che ho per fissarle
e farle interagire con la mia vita, tutto diventa una linea contorta
di lettere combinate senza un vero senso compiuto mentre scandisco
il tempo tra una sigaretta e l'altra.
La vita si presenta in mille forme a John, il protagonista
le sonda, le analizza le scompone e disegna sul vetro le sue alchimie
esistenziali. Potere e fascino dei numeri, le loro risposte possono
essere chiare e semplici, possono parlare e fissarsi come le note
nella mente e producono suoni. Forse l'amore nel film è un
po' esagerato, è il fio hollywoodiano da pagare al grande
pubblico, è il compromesso intelligente di un Ron Howard
conscio del proprio mestiere, il miele sul calice amaro della lucida
pazzia. Ma partiamo, come si conviene, dall'incipit.
Il climax comincia all' interno dell'università, anzi dal
passo successivo al grande traguardo , la specializzazione scientifica
dello studio di un ragazzo, anzi di una mente sottile dentro un
corpo che non conosce la grazia. Il dissidio è già
presente e palese nelle mosse, nella camminata disarticolata e goffa
di un Russel Crowe, ancora un po' gladiatore (soprattutto
nella voce del doppiatore italiano, un po' troppo "profonda",
senza quelle note stridule che avrebbero certo giovato al ruolo),
la sua presenza si caratterizza da subito con un isolamento forzato,
fuori la festa, dentro la ricerca ansiosa di uno spazio che non
esiste e che lo porta a guardare lontano.
Nella stanza degli onanismi aritmetici il primo incontro con le
ombre, l'amico glabro ed efebico, intriso di alcool e di vita ma
evanescente come una candela.
Gli
incontri scontri con i colleghi, saturi di banalità e metodo,
con le donne, visioni da bar funzionali ad un reciproco scambio
di sostanze fluide, professori ingessati e alti nel trionfo della
loro scienza sterile, sempre di corsa. Lui non frequenta le lezioni,
non ne ha bisogno, fugge il confronto e scrive formule, analizza
e si relega nella rabbia ostinata di stupire, volontà assidua
di emergere attraverso la contestazione di una teoria, una qualunque,
il suo obiettivo non è costruttivo, è un'anarchica
lotta contro la squallida banalità. Alla fine la trova nella
confutazione di Adam Smith, rinchiusa in 20 pagine che il
giudice luminare assimila e ama in pochi secondi.
Il premio, il lavoro, il mondo reale che viene regalato come una
medaglia, il successo del riconoscimento placito delle cattedre,
le glorie pseudoaccademiche e la politica. Un pastiche ben dosato
di un America anni cinquanta, tra gelatina e intellighenzia col
papillon, guerra fredda e complotti che aleggiano nei salotti bene.
Entra la fantapolitica, la caccia alle streghe e l'ansia di spionaggio.
In realtà il regista è molto ottimista nei confronti
del suo auditorio, forse avrebbe potuto condire con un po' di cronaca
la sua storia per rendere più comprensibili e alimentare
le paure e i desideri della mente del candido John per rendere più
digeribile la pazzia incipiente.
Ma la sua storia corre sul filo di un'intelligenza che si plasma
e si conforma allo scopo folle e affascinante di dare un senso,
anzi, coordinate geografiche, ai numeri disordinati e sparsi nelle
cose, nei rotocalchi. Arriva la seconda ombra, dickensiano fantasma
della paranoia antisovietica, un marine col borsalino e la camicia
bianca, l'uomo di gesso che si presenta come il committente altissimo
di una missione impossibile. Quasi contemporaneamente, aggressivo
e ammaliante, subentra l'amore. La confusione cresce assieme alla
passione, in realtà mai sfiorata nelle scene del film, solo
ipotizzata, desiderata, sognata e tradotta in un figlio grassoccio
e roseo. Il personaggio di Alicia è evanescente quanto le
ombre che John costruisce nel suo mondo, sottile e bella ma disegnata
con una linea tratteggiata, diafana come un cammeo. Ma il cielo
che si lascia decifrare sotto le mani sapienti di lui, codice luminoso
di un sentimento che nasce, bhè, l'idea merita una nomination
al festival degli arazzi sull'amore.
Il lavoro si traduce in fogli su fogli, pieni di numeri e lettere,
codici e strategie, disegni portatori di una missione patriottica
incomprensibile e nevrotica, salvifica e mortale che semina la paura
e la diffidenza e spinge il protagonista verso il punto del non
ritorno. Per comprenderli e studiarli se ne circonda, riempie le
pareti, ogni spazio libero è una pagina di giornale con i
tratti e le linee imperscrutabili di un delirio che cresce.
Si aggiunge una terza piccola ombra, l'infanzia dorata di un sorriso
tenero che chiede affetto.
Il suo mondo è fatto di tre fantasmi, onnipresenti, aggressivi
e inquietanti delle paranoie quotidiane; l'istigatore feroce e intimidatorio,
l'amico ambiguo e la bambina dagli occhi grandi. Dentro di noi si
nascondono così bene da integrarsi perfettamente con la vita
di ogni giorno.
E' praticamente impossibile per lo spettatore ignaro e lineare cogliere
subito la vera identità di questi tre personaggi, talmente
assorbiti dalla realtà di John da non riconoscere come i
protagonisti di una favola creata dal suo desiderio di normalità.
Il suo contatto con la vita è fatto di illusioni concrete,
che urlano, ordinano e sanno abbracciare.
La
discesa è già iniziata e si manifesta nell'ospedale
psichiatrico, il complotto si confonde con una punta di scetticismo
che lo spettatore sente serpeggiare ma non può comprendere,
non ancora.
Come non pensare a Jack Nicholson e alla lotta con la crudele
realtà espressa da Milos
Forman, ma la reintegrazione, neanche contemplata per la
sete di ideali quegli anni, adesso è possibile e Howard
la esplicita negli occhi innamorati della giovane moglie e nelle
lacrime di John durante l'elettrochoc.
Ma non subito.
Il cursus honorum del matematico gladiatore è ancora da compiere,
il viaggio esistenziale passa per un ritorno lento e intervallato
da crisi feroci e spaventose, da santuari di carte, un intero cimitero
casalingo di codici folli e fulminanti. Le ombre continuano a influenzare
la sua vita e lo allontanano dalla comprensione degli astanti.
Il temporale porta la scoperta della follia incarnata nel genio
ed è agghiacciante, la paura è concreta, ma l'amore
stoico è pronto ad assorbirla, a masticarla come una torta
di fiele. I buoni sentimenti si ergono imperanti, rompono gli specchi
e sono pronti a lottare. Dopo l'ospedale il nostro eroe sceglie
il suo campo di battaglia dentro casa sua, e si addentra ancora
di più fino a compiersi nel suo cervello schizoide, ora è
pronto per uscire allo scoperto, anche se inciampa più volte
nei suoi fantasmi, piano li allontana.
Il circolo si chiude all'interno dell'università, alle radici
della follia avviene l'agnizione: il sapere che smette di essere
rinchiuso e si proietta verso l'insegnamento, l'implosione cessa
e comincia la filantropia, il desiderio di trasmettere la propria
scienza. Da folle a professore, i riconoscimenti accademici lanciano
il climax fino al nobel.
I capelli d'argento e le rughe trasformano il genio in saggio e
i tre fantasmi, ormai muti restano a guardare da lontano.
Con una chiusura chapliniana, come il
grande dittatore sdoppiato nel giovane barbiere che lancia il
suo appello all'amore fraterno e alla pace, Howard forza
le rime e qualche lacrima scende. Ma è umano come una carezza
sul volto sgualcito dagli anni, e perdonabile come una religione
manifesta.
Maria Malandra
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