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Una notte di pensieri dopo un bel film, una vita vera romanzata in stile holliwodiano, ma dolce e graffiante. Un bel prodotto che tutto sommato può fare ridere e piangere, a me personalmente fa quell'effetto di un bicchiere di vino bevuto davanti allo specchio, lascia libera la mente, sguinzaglia le associazioni più caotiche e mi regala brandelli di luce sull' anima.

Beautiful mind
Una storia di lucida follia
di Maria Malandra

Il protagonista, genio e folle, che lotta tra sogni e realtà senza un confine netto, anzi si può dire che sfocia nel delirio paranoico di chi non è di questo mondo e vede le persone come incastri di banalità da ricondurre a un'equazione semplice, troppo semplice. Le dinamiche caotiche dei piccioni che si affollano voraci attorno alle briciole sono più interessanti dei dialoghi delle persone che lo circondano. Un po' come chi scrive fa con le parole, io per esempio traduco in frasi le cose che vivo, la gente che incontro perché è l'unico modo che ho per fissarle e farle interagire con la mia vita, tutto diventa una linea contorta di lettere combinate senza un vero senso compiuto mentre scandisco il tempo tra una sigaretta e l'altra.
La vita si presenta in mille forme a John, il protagonista le sonda, le analizza le scompone e disegna sul vetro le sue alchimie esistenziali. Potere e fascino dei numeri, le loro risposte possono essere chiare e semplici, possono parlare e fissarsi come le note nella mente e producono suoni. Forse l'amore nel film è un po' esagerato, è il fio hollywoodiano da pagare al grande pubblico, è il compromesso intelligente di un Ron Howard conscio del proprio mestiere, il miele sul calice amaro della lucida pazzia. Ma partiamo, come si conviene, dall'incipit.

Il climax comincia all' interno dell'università, anzi dal passo successivo al grande traguardo , la specializzazione scientifica dello studio di un ragazzo, anzi di una mente sottile dentro un corpo che non conosce la grazia. Il dissidio è già presente e palese nelle mosse, nella camminata disarticolata e goffa di un Russel Crowe, ancora un po' gladiatore (soprattutto nella voce del doppiatore italiano, un po' troppo "profonda", senza quelle note stridule che avrebbero certo giovato al ruolo), la sua presenza si caratterizza da subito con un isolamento forzato, fuori la festa, dentro la ricerca ansiosa di uno spazio che non esiste e che lo porta a guardare lontano.
Nella stanza degli onanismi aritmetici il primo incontro con le ombre, l'amico glabro ed efebico, intriso di alcool e di vita ma evanescente come una candela.

Gli incontri scontri con i colleghi, saturi di banalità e metodo, con le donne, visioni da bar funzionali ad un reciproco scambio di sostanze fluide, professori ingessati e alti nel trionfo della loro scienza sterile, sempre di corsa. Lui non frequenta le lezioni, non ne ha bisogno, fugge il confronto e scrive formule, analizza e si relega nella rabbia ostinata di stupire, volontà assidua di emergere attraverso la contestazione di una teoria, una qualunque, il suo obiettivo non è costruttivo, è un'anarchica lotta contro la squallida banalità. Alla fine la trova nella confutazione di Adam Smith, rinchiusa in 20 pagine che il giudice luminare assimila e ama in pochi secondi.
Il premio, il lavoro, il mondo reale che viene regalato come una medaglia, il successo del riconoscimento placito delle cattedre, le glorie pseudoaccademiche e la politica. Un pastiche ben dosato di un America anni cinquanta, tra gelatina e intellighenzia col papillon, guerra fredda e complotti che aleggiano nei salotti bene. Entra la fantapolitica, la caccia alle streghe e l'ansia di spionaggio. In realtà il regista è molto ottimista nei confronti del suo auditorio, forse avrebbe potuto condire con un po' di cronaca la sua storia per rendere più comprensibili e alimentare le paure e i desideri della mente del candido John per rendere più digeribile la pazzia incipiente.
Ma la sua storia corre sul filo di un'intelligenza che si plasma e si conforma allo scopo folle e affascinante di dare un senso, anzi, coordinate geografiche, ai numeri disordinati e sparsi nelle cose, nei rotocalchi. Arriva la seconda ombra, dickensiano fantasma della paranoia antisovietica, un marine col borsalino e la camicia bianca, l'uomo di gesso che si presenta come il committente altissimo di una missione impossibile. Quasi contemporaneamente, aggressivo e ammaliante, subentra l'amore. La confusione cresce assieme alla passione, in realtà mai sfiorata nelle scene del film, solo ipotizzata, desiderata, sognata e tradotta in un figlio grassoccio e roseo. Il personaggio di Alicia è evanescente quanto le ombre che John costruisce nel suo mondo, sottile e bella ma disegnata con una linea tratteggiata, diafana come un cammeo. Ma il cielo che si lascia decifrare sotto le mani sapienti di lui, codice luminoso di un sentimento che nasce, bhè, l'idea merita una nomination al festival degli arazzi sull'amore.

Il lavoro si traduce in fogli su fogli, pieni di numeri e lettere, codici e strategie, disegni portatori di una missione patriottica incomprensibile e nevrotica, salvifica e mortale che semina la paura e la diffidenza e spinge il protagonista verso il punto del non ritorno. Per comprenderli e studiarli se ne circonda, riempie le pareti, ogni spazio libero è una pagina di giornale con i tratti e le linee imperscrutabili di un delirio che cresce.
Si aggiunge una terza piccola ombra, l'infanzia dorata di un sorriso tenero che chiede affetto.
Il suo mondo è fatto di tre fantasmi, onnipresenti, aggressivi e inquietanti delle paranoie quotidiane; l'istigatore feroce e intimidatorio, l'amico ambiguo e la bambina dagli occhi grandi. Dentro di noi si nascondono così bene da integrarsi perfettamente con la vita di ogni giorno.
E' praticamente impossibile per lo spettatore ignaro e lineare cogliere subito la vera identità di questi tre personaggi, talmente assorbiti dalla realtà di John da non riconoscere come i protagonisti di una favola creata dal suo desiderio di normalità. Il suo contatto con la vita è fatto di illusioni concrete, che urlano, ordinano e sanno abbracciare.

La discesa è già iniziata e si manifesta nell'ospedale psichiatrico, il complotto si confonde con una punta di scetticismo che lo spettatore sente serpeggiare ma non può comprendere, non ancora.
Come non pensare a Jack Nicholson e alla lotta con la crudele realtà espressa da Milos Forman, ma la reintegrazione, neanche contemplata per la sete di ideali quegli anni, adesso è possibile e Howard la esplicita negli occhi innamorati della giovane moglie e nelle lacrime di John durante l'elettrochoc.
Ma non subito.
Il cursus honorum del matematico gladiatore è ancora da compiere, il viaggio esistenziale passa per un ritorno lento e intervallato da crisi feroci e spaventose, da santuari di carte, un intero cimitero casalingo di codici folli e fulminanti. Le ombre continuano a influenzare la sua vita e lo allontanano dalla comprensione degli astanti.
Il temporale porta la scoperta della follia incarnata nel genio ed è agghiacciante, la paura è concreta, ma l'amore stoico è pronto ad assorbirla, a masticarla come una torta di fiele. I buoni sentimenti si ergono imperanti, rompono gli specchi e sono pronti a lottare. Dopo l'ospedale il nostro eroe sceglie il suo campo di battaglia dentro casa sua, e si addentra ancora di più fino a compiersi nel suo cervello schizoide, ora è pronto per uscire allo scoperto, anche se inciampa più volte nei suoi fantasmi, piano li allontana.
Il circolo si chiude all'interno dell'università, alle radici della follia avviene l'agnizione: il sapere che smette di essere rinchiuso e si proietta verso l'insegnamento, l'implosione cessa e comincia la filantropia, il desiderio di trasmettere la propria scienza. Da folle a professore, i riconoscimenti accademici lanciano il climax fino al nobel.
I capelli d'argento e le rughe trasformano il genio in saggio e i tre fantasmi, ormai muti restano a guardare da lontano.
Con una chiusura chapliniana, come il grande dittatore sdoppiato nel giovane barbiere che lancia il suo appello all'amore fraterno e alla pace, Howard forza le rime e qualche lacrima scende. Ma è umano come una carezza sul volto sgualcito dagli anni, e perdonabile come una religione manifesta.

Maria Malandra
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