Quindi, il ricordo del regista si sposta sul proprio figlio: un ragazzo
prossimo all’adolescenza vive quelle che Freud definirebbe esperienze
di “onnipotenza del pensiero”, delle sensazioni di “déjà vu”.
Una signora anziana, vestita con abiti ottocenteschi, compare nel soggiorno
di casa ed il ragazzo è invitato a leggere da un quaderno alcune
frasi che vi sono sottolineate.
Citiamo, per praticità, dal racconto che costituisce il canovaccio
della sceneggiatura del film, Bianco, bianco giorno, contenuto nei menzionati
Racconti cinematografici di Tarkovskij (iniziato a Mosca nel 1968, il
racconto venne terminato a San Gregorio da Sassola nel 1984):
“
“… E’ indubbio che la divisione delle chiese ci ha
separati dall’Europa e che non abbiamo partecipato a nessuno dei
grandi eventi che l’ hanno scossa, ma noi abbiamo svolto la nostra
propria missione. E’ stata la Russia, sono stati i suoi spazi
sconfinati a inghiottire l’invasione mongola. I tartari non hanno
osato superare le nostre frontiere occidentali e lasciarci di retroguardia.
Sono ritornati verso le loro steppe e la civiltà cristiana è stata
salvata. Per il raggiungimento di questo scopo abbiamo dovuto assumere
un’esistenza assolutamente particolare che, pur lasciandoci cristiani,
ci ha tuttavia resi profondamente estranei al mondo cristiano… Dite
che la sorgente da cui abbiamo attinto il cristianesimo era impura,
che Bisanzio era degna di ogni disprezzo ecc. Ah, amico mio, Gesù Cristo
non è forse nato tra gli ebrei, e Gerusalemme non era calunniata
da tutti? Il Vangelo è forse meno stupefacente per questo? … Per
quanto riguarda poi la nostra insignificanza dal punto di vista storico,
non posso decisamente essere d’accordo con Voi… Mettendovi
una mano sul cuore, non trovate qualcosa di importante nell’attuale
situazione della Russia, qualcosa che colpirà gli storici futuri?
Anche se sono sinceramente devoto al nostro sovrano, non posso proprio
esaltarmi vedendo quello che mi circonda; come letterato ne sono irritato,
come uomo afflitto da pregiudizi ne sono offeso, ma vi giuro sul mio
onore che per nulla al mondo vorrei cambiare patria, o avere un’altra
storia, diversa da quella dei nostri padri, esattamente come Iddio ce
l’ ha data…” Dalla lettera di Puskin a Caadaev del
1836. Trascritta da me nel 1838” (p. 40).
Nella prima metà dell’ottocento, Caadaev era
in corrispondenza con una nobildonna a cui aveva scritto diverse lettere
di contenuto
filosofico. Nel 1836, egli avrebbe pubblicato la prima di queste Lettere
filosofiche. In essa vi sosteneva che la Russia non aveva mai camminato
in sincronia con gli altri popoli, e che ciò era stato la causa
di quell’arretratezza del popolo russo, il cui superamento sarebbe
stato possibile soltanto assimilando la cultura del mondo occidentale.
Caadaev poneva così le basi di un dibattito ideologico - culturale
che avrebbe opposto, nei successivi decenni, gli intellettuali “occidentalisti” a
quelli “slavofili”, sostenitori della peculiare missione
di salvaguardia della civiltà cristiana da parte della chiesa
ortodossa russa. La lettera di Puskin costituisce
pertanto una delle prime risposte degli “slavofili” alle Lettere
filosofiche di Caadaev.
Ma ritorniamo a Lo Specchio. Il regista telefona
al figlio e gli ricorda di quando era ragazzo, durante la guerra.
Di quando, sotto la direzione
di un istruttore militare, lui ed altri giovani dovevano esercitarsi
per essere pronti a combattere in guerra. Di questi compagni, uno
gli è rimasto
particolarmente nel cuore, un giovane di Leningrado, che aveva perso
entrambi i genitori durante l’assedio della città. Refrattario
alla disciplina, combinava sempre dei guai …. e quando l’istruttore
comandava il “dietro front”, questi lo prendeva alla lettera
marciando alle spalle degli altri. In russo, il termine che si usa per
l’ordine del “dietro front” stabilisce appunto di
ruotare di trecentosessanta gradi attorno a se stessi.
>> Lo
Specchio terza parte
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