L'acquedotto era lungo 68 km, di cui
15 erano in superficie su arcate in tufo. Le arcate relative alla Porta
Maggiore furono fatte costruire per permettere l'attraversamento,
da parte degli acquedotti dell'Aqua Claudia e dell'Anio Novus,
delle antiche vie Labicana (attuale Casilina) e Prenestina.
Successivamente tali arcate, inserite nel circuito delle Mura Aureliane,
divennero porte urbane. Più tardi, sotto Onorio, fu creato un
bastione più avanzato, con una nuova porta e tre torri, una
rotonda al centro e due quadrangolari ai lati, in una delle quali
(quella centrale) rimase incluso il sepolcro di Eurisace.
Dall'abbattimento di questa fortificazione, nel 1838, venne alla
luce il suddetto sepolcro. Si tratta di un piccolo edificio (datato
intorno al 30 a.C.), alto più di 7 m, il quale deve la sua forma trapezoidale all'adattamento
allo spazio a disposizione e alle preesistenze funerarie. La facciata
principale, rivolta ad est, è completamente perduta ma in essa
doveva inserirsi il grande rilievo con i due coniugi (Eurisace e la
moglie Atistia), proprietari della tomba: il rilievo, reimpiegato nella
torre di Onorio, è oggi conservato nei Musei Capitolini.
Nel podio della costruzione è risparmiata una cavità che
poteva essere il luogo di deposizione delle ceneri. La struttura era
completamente rivestita in travertino e presentava una decorazione
su diversi registri. Dal basso verso l'alto si può notare una
zona con elementi cilindrici disposti verticalmente tra listelli; una
fascia orizzontale dove è incisa l'iscrizione (ripetuta sui
tre lati superstiti); una zona liscia con lesene ed elementi cilindrici,
cavi e con la faccia rivolta verso l'esterno; un fregio figurato; una
cornice a mensole. La sommità doveva essere coronata da un elemento
piramidale. L'iscrizione recita: " Est hoc monimentum Marcei Vergilei
Eurysacis pistoris, redemptoris, apparet" "Questo sepolcro appartiene
a Marco Virgilio Eurisace, fornaio, appaltatore, apparitore". Si trattava
dunque di un fornaio, il quale forniva i prodotti della sua impresa
di panificazione allo Stato ed era anche ufficiale subalterno (apparitore)
di qualche magistrato o sacerdote. La sua professione è del
resto confermata da numerosi elementi: la forma dell'urna in cui
erano conservate le ceneri della moglie Atistia (ora al Museo delle Terme)
che è quella dei cesti con i quali si pesava il pane (panarium);
il soggetto dei rilievi, in cui sono raffigurate le varie fasi del
processo di panificazione (su un lato pesatura e molatura del grano,
setacciatura della farina, sull'altro preparazione della pasta pezzatura
del pane e infornata: a tutte queste operazioni sovrintende un personaggio
togato, evidentemente lo stesso Eurisace); infine gli elementi decorativi
cilindrici cavi che sono ciò che più colpisce in tale
monumento: si tratta forse della copia dei recipienti nei quali si
impastava la farina. È interessante notare, a livello sociale,
il fatto che può permettersi una tomba di un certo lusso, quale è quella
di Eurisace, un liberto, ossia uno schiavo che è riuscito, grazie
all'abilità nel commercio, a pagarsi il riscatto dalla sua originaria
condizione servile e a rendersi libero. Questa categoria sociale assumerà,
durante l'epoca imperiale, sempre più peso economico. È grazie
alla realizzazione della controporta dell'epoca di Onorio che la porta
romana originale è giunta sino a noi nell'intera struttura.
La Porta Maggiore è un grande arco a due fornici con i piloni
forati da finestre, inquadrate da edicole con timpano e semicolonne
corinzie. Esso è tutto in travertino, reso con la tecnica
del bugnato rustico, caratteristico del periodo di Claudio. Sull'attico,
all'interno del quale passavano i canali dei 2 acquedotti (ancora visibili
sui fianchi), vi sono tre iscrizioni, ripetute su entrambe le facciate:
dall'alto osserviamo quella originaria di Claudio poi quella di Vespasiano,
quindi quella di Tito, relative ai restauri del 71 e dell'81 d.C.
L'iscrizione di Onorio, in origine sopra la porta, si trova oggi
all'esterno di essa. Nei secoli alla Porta furono attribuiti diversi
nomi: Porta Prenestina (perché la via conduceva all'antica città di Preneste);
Porta Labicana (perché la via quasi parallela recava a Labicum);
Porta Dominae, forse per la presenza sul posto di un piccolo tabernacolo;
Porta Maior Sessoriana, alludendo al vicino Sessorium; Porta Maggiore,
dal 1919, con riferimento alla vicina Basilica di S. Maria Maggiore.
Papa Gregorio XVI abbatté le costruzioni onoriane fra cui le
torri e restituì alla porta l'aspetto originario (e proprio
nell'ambito di questi lavori, nel 1838, venne alla luce la tomba
di Eurisace). Alla struttura originale vennero ristretti i fornici
con la costruzione di un muro merlato. Questo muro fu abbattuto nel
1915 dal Comune di Roma nel momento in cui fu risistemato il piazzale.
Nel 1933 l'architetto Petrignani fu incaricato di restaurare
la Porta Maggiore: il risultato è quello che ancora oggi possiamo
ammirare. Lavori effettuati negli anni '50 hanno dissotterrato l'antico
basolato della Via Labicana e della Via Prenestina, ripristinando
l'antico livello della piazza.
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