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Nadia Medda - di Isabella Pompei
Mi muovo nella stanza in cui sono esposte le opere: quadri coperti
da forme, da colori e materiali, i più vari, i più
diversi: nella mente sfoglio velocemente tutti i libri sui quali
ho studiato per anni e trovo alcuni nomi: Klee,
Fautrier, Rothko, Burri.
Poi li dimentico subito e come Alice entro in un mondo diverso,
oltre lo specchio che non crea nulla e ripropone le cose reali,
tangibili e visibili.
Dietro lo specchio si distende un territorio prezioso
e musicale che cela tesori ed è il colore a mostrarceli,
a svelarci emozioni, affetti e desideri.
La materia sulla quale si distende non serve che a modularne l’intensità,
l’espressione; il colore si muove come un corpo umano la cui
forma, atteggiamento, particolarità nascono dal mondo interiore
di cui è immagine, agisce una sensazione immediata che non
passa attraverso filtri intellettuali ma parla una lingua
che è più simile ad un suono.
La materia -sabbia terracotta, ciottoli -segna uno spazio temporale
che modula il percorso visivo imponendo delle pause, come in un
viaggio compiuto a piccoli passi, fermandosi per riconoscere
ed ascoltare quanto una linea, un ordito, un filo di corda intriso
di colore vuol esprimere.

Bello quando il giallo si fonde con il rosso o il verde con il bianco
o il blu con un blu più scuro: come una danza, un movimento,
un palpito.
Le piccole forme, quadratini o puntini, uno vicini all’altro,
parlano una lingua che nasce dal profondo, che non descrive realtà
materiali ma una immagine interiore composta di memoria
e inesauribili possibilità di bellezza.
Isabella Pompei
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