Abbiamo un vero, autentico scrittore
e poeta italiano che si chiama
Victor Cavallo – al secolo Vittorio
Vitolo - scomparso nel 2000 e finora noto come attore e autore
di teatro.
Uno scrittore nelle cui vene scorre sangue caldo mischiato alle
pagine di Céline, Gregory Corso, Genet, Corazzini, Joyce,
Bukowski... Questi i suoi pasti letterari, poi assorbiti, digeriti
e reimpastati nella sua personalissima scrittura. Melmosa, come
la definiva l’autore stesso, priva di gabbie formali, “sofisticata
e zozza”.
Una prosa poetica in presa diretta che è immagine cinematografica,
è movimento teatrale, è strada.
Cavallo era corpo del “Beat
72” e la sua vita era quella di un viaggiatore metropolitano.
Lui camminava per ore dal centro storico alle periferie, intanto
macinava parole, componeva, inventava. Cavallo
non frequentava salotti, percorreva strade, dalla Garbatella
dove era nato e il suo linguaggio ne è una chiara testimonianza.
Cavallo reiventa il dialetto romanesco.
Viene da pensare a Gadda, ma l’ingegnere milanese, fece un’operazione
alta e colta mentre l’autore di Ecchime
sfonda la lingua romana da nomade. Questa è la novità.
Ci sono pagine che possono indifferentemente far piangere o far
ridere secondo l’umore di chi legge. Pagine libere e compresse
tant’è, che quando meno te l’aspetti, ti esplodono
dentro.
... io che non amo dio perchè considero
i peccati imperdonabili / io che a parte il fatto non sono cambiato
ma amo sempre / gli angeli... |